Recensioni

La domanda non è dove. La domanda non è come. La domanda non è chi. La domanda è quando. Riprendendo il leitmotiv delle prime due stagioni di una strabiliante serie tv tedesca, in quello che appare come un loop infinito, ci ricolleghiamo al lavoro sopraffino e maestoso messo in atto da tre musicisti inglesi, in un altro tempo, che forse è pure il nostro, anche se non lo sappiamo. Quello dei The Comet Is Coming si configura come un vero e proprio enigma tra passato e futuro in cui il secondo influenza il primo, poiché tutto è mosso da qualcosa, qualcosa che a volte prende il nome di destino, altre di fato, altre di caos. Il suono del trio di Londra si collega a una strana attività spazio-temporale che permette di spostarsi avanti e indietro nel tempo, riflettendo sul destino, sulla fede e sul nostro ruolo di pedine nella grande scacchiera dell’universo; senza passato non esisterebbe il futuro, e allo stesso tempo non esisterebbe il passato se il futuro fosse collocato in un’altra dimensione temporale.

Così, incanalando gli spiriti di Sun Ra, Fela Kuti, King Tubby, filtrati attraverso Flying Lotus, gli esperimenti chimici di Lonnie Liston Smith e una dub mefitica, i tre inglesi offrono un’esperienza euforica e sconvolgente, colonna sonora ideale per un’imminente estinzione cosmica. «Stiamo facendo la musica del futuro, ma all’indietro», aveva confessato tempo fa il batterista della band, Max Hallett. E se è palesemente vero che c’è un filone corposo di musicisti che tenta di replicare musica elettronica con una band dal vivo, usando basi musicali, campionamenti, laptop e ammennicoli infernali, The Comet Is Coming agiscono in maniera nettamente diversa. Si torna agli anni settanta e si immagina la musica del futuro, ma in quel preciso tempo, fatto di libertà, sperimentazione, spontaneità e free jazz.

Calato un morbido buio sull’anfiteatro Pecci di Prato, ormai punto nevralgico di una stagione estiva fatta di live per veri curiosi, alle 22:00 si annuncia l’arrivo della cometa londinese. Synth e batteria introducono un discorso amoroso su jazz, universi paralleli e visioni future dallo spin afro-futurista. Shabaka Hutchings, Re Mida della scena nu-jazz, sembra attendere il proprio turno, mentre col primo pezzo il tastierista Dan Leavers (ora nelle vesti di Danalogue The Conqueror, specializzato nei sintetizzatori analogici) e il batterista Max Hallett (Betamax Killer) danno il via alla preparazione fisica e mentale del pubblico. Non tutti hanno preso posto mentre si assiste a un riscaldamento in cui nessuno si stacca mai dal proprio strumento, come in un incantesimo in cui il suono non può che propagarsi attraverso i loro corpi. I synth di Danalogue sono ossessivi, quasi militareschi nella loro ordinata follia. Because the End Is Really the Beginning fa sì che gli strati di synth prendano forma in matrici ondulate sulle quali il sassofono di Hutchings sale dolcemente ma con una tensione sempre crescente. Non ci vuole molto perché quella stessa tensione esploda nell’electro-funk frenetico di Super Zodiac. Sulla scena è bello osservare come ognuno dei tre abbia il proprio spazio ben definito, una nicchia di luce e ombre da cui non esce mai. Non si intacca lo spazio altrui, alla ricerca di un’armonia acustica che in un luogo architettonicamente intelligente come il Pecci sembra amplificarsi ancora di più.

Il passato torna e influenza ogni scelta del presente. La discoteca nel cosmo è questa cosa qui. Resistervi sarebbe inutile, se non addirittura controproducente. Pulsa la bellezza di Summon The Fire come fiumi larvali luminescenti di fumo e magma mentre brucia tutto ciò che trova, prima di accelerare il passo. Il tempo si riavvolge e arriva il primo assolo di Hutchings. Danalogue e Betamax si fanno da parte, adesso è King Shabaka che parla salendo fino alle stelle con il suo abile uso di effetti, delay e gesti ritmici che danno un contrappunto perfetto al groove di Hallett. Blood Of The Past, con il suo riff hard rock e il sax memore di John Coltrane, presente nel DNA di Shabaka tanto quanto Alice, Sun Ra, Mulatu Astatke e i Can, assorbe suoni che trascendono il regno fisico per invitare l’ascoltatore a volare su piani astrali. O meglio a non contenersi, come suggerito da Danalogue – l’unico per tutto il live che dialogherà brevemente con il pubblico – nel convocare tutti i presenti a lasciarsi andare, a ballare con loro. Perché alla fine “la cometa sta arrivando e questa potrebbe davvero essere la vostra ultima notte sulla terra”. È il momento di Unity, che si riconferma perla di inestimabile bellezza. Non c’è gruppo nella musica di oggi come The Comet Is Coming, apparentemente un trio di jazz cosmico contemporaneo, ma anche molto di più. Perché quando King Shabaka, Danalogue e Betamax si uniscono nello stesso flusso, conducono una ricerca musicale multi-livello che va ben oltre la scoperta di una presenza spirituale pulsante, oltre le maree poliritmiche. Eppure, alla fine di Unity, c’è la sensazione che questo possa, al suo interno, essere un trio jazz meravigliosamente unico ma anche magistralmente tradizionale, nel momento in cui i tre decidono di tesaurizzare il loro arsenale di trame. È qui che la musica celestiale si addice alle visioni beatificanti che il loro nome potrebbe evocare grazie anche e soprattutto a quel sassofono teso, muscolarmente ritmato di Shabaka. Assistiamo a un turbine di suoni e battiti che proietta in uno spazio imprecisato tutto quel vigore primordiale capace di abitare tanto scenari futuristici quanto momenti di ipnotico abbandono.

La notte si fa sincopata e la cometa si avvicina sempre di più: con Timewave Zero il drumming di Betamax è intenso, e chi è sceso dai gradini dell’anfiteatro è andato incontro a un un senso di liberazione, di rinascita. Momenti di gioco puramente electro prendono vita nelle mani di Danalogue, che si diverte con il suo Roland SH-09, un’elettronica bizzarra e senza scuola, totalmente libera da ogni sovrastruttura: crea proiettili di suono che si fanno un Grand Guignol vicino all’elettronica devastata dei Death Grips, tempestivamente afferrata dalla furia che abita il sax di Shabaka. I corpi sono liberi e durante la trance indotta dalla musica possono contemplare la propria posizione come specie umana nel contesto della vastità dello spazio e della scala epica del suo funzionamento. Ammantato di un’eleganza matura, Shabaka stasera non vuole primeggiare portando in vita un perfetto equilibrio fra le parti. Anche se ci risulta difficile non vederlo, non sentirlo, non percepirne il tocco durante ogni secondo del concerto. La fiducia reciproca che si scambiano questi tre maestosi musicisti sta alla base del loro processo creativo, basato sì sull’improvvisazione ma anche sul volere il meglio per il gruppo, affidandosi ciecamente alla scelta ignota dei propri compagni. Si vibra di una forza antica, preziosa, mentre il gruppo lavora duramente per aprire un varco nel tempo e nello spazio.

Avviandosi al finale, Danalogue ringrazia tutti, dai corpi che si sono spostati a chi è rimasto intontito e affascinato sui gradini dell’anfiteatro, cedendo inevitabilmente al loro solco incendiario. Siamo qui, ma qui dove? Prato come la New York di Albert Ayler, come la Philadelphia di Sun Ra. Come la terra bruciata d’Africa che invoca la liberazione, o come lo spazio intergalattico che ha urgenza di essere scoperto. La narrazione dei musicisti inglesi sembra stia lavorando attivamente per dissolvere i confini che separano abitualmente il jazz dal resto del mondo della musica, e allo stesso tempo realizzano un sound che guida direttamente la conversazione culturale anziché allontanarla. Ma non solo: grazie alla loro musica si impara ad ascoltare, vedendo con la mente; aprire le orecchie in modo da poter vedere con l’occhio della mente è il regalo più grande che potevano farci.

In questa calda notte di luglio i tre hanno mescolato abilmente il jazz con l’elettronica da dancefloor e le dinamiche dei concerti rock, senza sminuire l’improvvisazione o l’immaginifica follia di vedere Eric Dolphy lasciarsi andare a una jam con i Chemical Brothers. Sulle fondamenta espansive dei suoi compagni, Shabaka ha modellato riff, a volte attenendosi alla semplicità, altre spingendosi più lontano. Se qualche volta Leavers o Hutchings sono caduti fuori sincrono con il groove dell’altro, è servito solo a ricordarci che gli esseri umani non sono macchine. L’elemento umano in contrasto con quello tecnologico. Ed è il primo ad affascinarci: basti dire che solo dopo qualche brano dall’inizio del concerto, la folla di hipsters, post-punk, metallari, nerd e modaioli ospiti della cavea pratese si era unita e spinta verso il palco, desiderosa di assorbire – in quella che protremmo immaginare una discoteca interstellare – le vibrazioni psichedeliche della cometa in arrivo. Lisergico, metronomico, ossessivo, il sax di Hutchings celebra la vita e l’arte con una fedeltà che implica un destinatario, che poi è quel futuro che ritorna incessante.

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