Recensioni

6.8

Solamente nove brani (invero dal minutaggio piuttosto significativo), eppure in Self-Fulfilling Prophecy s’incontrano ben tre diverse tradizioni techno. Sì, perché la carriera di La Fraîcheur coinvolge tre nazioni e due continenti: la natia Francia e Parigi, dove la dj e producer ha mosso i suoi primi passi artistici per poi trasferirsi a Berlino, approdo così ovvio per chi cerca fortuna nella musica elettronica da risultare oramai uno stereotipo, e imporsi anche lì come una delle artiste più interessanti con la sua proposta che unisce attivismo e attitudine queer alla geometrica cassa in quattro e ai synth fin troppo emozionali.

Proprio nella capitale tedesca avviene l’incontro con Mike Banks e con lui l’invito a lavorare negli storici studi dell’Underground Resistance a Detroit: tutti questi luoghi e questi incroci vengono esplicitati nell’atteso esordio, che si apre con una Renegade, omaggio cosmico e minimalista a Capitan Harlock, e si chiude con i rimandi industrial-ambient di Plant 21. Tra questi due estremi si lasciano apprezzare l’electro mutevole e psichedelica di Tirana, i quattro quarti riottosi e insurrezionali del singolo The Movements o di una più bass-oriented The New Is Not Born Yet (entrambe caratterizzate da campioni vocali decisamente espliciti: rispettivamente la Pantera Nera Angela Davis e il giornalista ed attivista italiano Lorenzo Marsili) e una Gone in delicato equilibrio tra l’irriverente immediatezza della rave-music e le più sofisticate stratificazioni dell’IDM anni novanta: tutte sfaccettature di un disco che nei suoi quasi cinquanta minuti riporta l’impegno politico al centro del dancefloor, senza negarsi comunque una perizia ed un’inventiva con i synth e le drum-machine assolutamente affinate ed ispirate.

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