• dic
    04
    2015

Album

Garrincha Dischi

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Già, i pregiudizi. Non uscisse per quell’etichetta lì (che ha un certo target, è innegabile) e non avesse quel nome là, il duo tosco-siciliano formato da Dario Mangiaracina e Veronica Lucchesi probabilmente godrebbe di una considerazione di partenza quantomeno diversa. Nulla di trascendentale, per carità, ma l’elettro-pop dai filamenti cantautorali che i due avevano già proposto con una certa sicurezza nell’esordio (Per la via) di casa ritorna rinvigorito e ancora più solido in questo secondo Bu Bu Sad. Abbandonate le seppure pochissime infiltrazioni acustiche, La rappresentante di lista torna a bomba con la solita nonchalance a mescolare elettronica dub, jungle e jazzy in una cornice melodica così squisitamente pop che viene facile immaginarsela pure sul palco di Sanremo.

Del ricettacolo indie e delle frustrazioni autocommiserative di tanti colleghi si ritrova poco o nulla, in questo secondo lavoro. Ne è un esempio Cosa farò?, un brano che riflette su quel momento della vita in cui il futuro appare a te incerto e indefinito, mentre invece è così chiaro e limpido a tutte le persone che ti circondano: «gente che non sa cosa succederà, resto qua e do il peggio di me», canta Veronica Lucchesi – che rimane una delle nuove voci più interessanti e meritevoli – in un ritornello che tanto ricorda la Carmen Consoli di Mediamente Isterica. La malinconia narrativa che permea l’album viene invece messa a fuoco con ironia, trasversalità, un pizzico di surrealismo e un certa ossessione – alle volte un po’ eccessiva – verso il ritornello da innalzare a inno urlato a tutti i costi. Guardateci tutti è il brano che apre l’album, un pezzo che entra subito in testa e che ben sintetizza il bilanciamento del disco tra rabbia e gioia, provocazione e poesia. Siamo ospiti ha a che fare con la sfera privata ma anche con quella pubblica, i rapporti che si chiudono ma che restano aperti, con una coda finale che è quanto di più italianamente radio friendly possibile. Nel caso di Invisibilmente e soprattutto in Bora Bora e Non mi riconosci, i due costruiscono loop che fondono insieme cori e ritmi world in una mescolanza che non si risolve però mai con convinzione.

La chiusura è affidata alla poetica Un’isola, un pezzo che ha riferimenti astratti ma che viene fuori con una tempra estremamente legata alla terra, al reale, al vissuto. Il vissuto della band è sintetizzato in parte in questo disco, che prova a raccontarci raccontandosi, nel solco di una forma canzone che la formazione dà dimostrazione di saper armeggiare senza risultare mai banale o retorica, costruendoci attorno mondi sonori non sempre impeccabili, ma facilmente accessibili. Già, i pregiudizi.

31 Gennaio 2016
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