Recensioni

7.5

Nel 2009, Brian Eno aveva definito i Ladytron – che dai suoi Roxy Music avevano preso ispirazione per il loro nome – «il meglio della musica pop inglese». In dieci anni tanto è cambiato, e senza dubbio quel primato spetterebbe ora ad altri. Ma questo nulla toglie a una parabola artistica che in un ventennio ha ciclicamente confermato una insaziabile brama evolutiva e un fortissimo senso dei tempi. Dopo il quinto album in studio nel 2011, Gravity The Seducer, che non aveva eguagliato l’incisività del capolavoro Velocifero, era seguito un lungo periodo di pausa, durante il quale si erano aperte parentesi solistiche: Mira Aroyo aveva collaborato con John Foxx, mentre Helen Marnie aveva avviato una carriera individuale sotto lo sguardo vigile di Daniel Hunt, dando alla luce ben due album.

Il silenzio della band è stato interrotto solo il 28 febbraio 2018, quando è stata annunciata l’uscita di un nuovo lavoro per il 2019. Il primo singolo di Ladytron, The Animals, pubblicato in aprile con un mini-film diretto da Fernando Nogari, ha mostrato un’attitudine dreamy dolce-amara, seguito poi dalla più ammiccante The Island, uno sfacciato rimando agli anni ‘80. Il nuovo disco, uscito sulla label berlinese d’impronta elettronica !K7, significativamente prende il nome dalla band, quasi a voler esprimere il bisogno di una sintesi e di un bilancio. Vuole essere lo specchio di quello che i Ladytron sono stati, ma anche e soprattutto di quello che sono oggi, distillando vent’anni di sperimentazione e proponendo di fatto quello che ha tutta l’aria di essere un approdo. La contemporaneità dei Ladytron si veste meno di futurismo e più di citazionismo sapiente e nostalgia retrospettiva. Tutto molto dancefloor friendly, ma con un’aria squisitamente sinistra.

Attraverso le 13 tracce, si crea un paesaggio sonoro composito ma coeso, intriso di estetica gothic-pop melodicamente contagiosa (come in Until the Fire), dove le molteplici influenze interiorizzate danno vita a interessantissimi parossismi, come gli Abba che incontrano David Lynch in Far From Home o Lady Gaga che incontra Siouxsie in You’ve Changed. Non è un’estetica meramente derivativa, è la quintessenza della sofisticazione: la capacità di creare un terreno comune d’incontri, un immaginario in cui convivono coerentemente fascinazioni diverse, deliberatamente ricreate, sublimate, trasfigurate. E se l’electro-pop vince ancora una volta a mani basse sul rigore sperimentale delle origini, lo fa con uno stile autorevole e un’ammaliante carnalità sintetica.

È un album celebrativo, questo dei Ladytron, che porta con sé un’urgenza espressiva pregevole, pregna di passato e presente e con una deliberata incognita sul futuro. Non sappiamo cosa sarà di questo progetto; sebbene temporaneamente ritrovati, i quattro membri della band hanno messo distanze geografiche importanti tra loro: Helen Marnie e Mira Aroyo risiedono a Glasgow e Londra, mentre Reuben Wu e Daniel Hunt si trovano dall’altra parte del mondo, rispettivamente a Chicago e in Brasile. È dunque difficile prevedere se, quando o dove emergerà un altro capitolo della saga, ma intanto ci godiamo appieno questa nuova testimonianza di grandezza.

 

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette