Recensioni

Passa il tempo e la carriera solista di Laetitia Sadier raggiunge il terzo titolo, regolarissima la cadenza (uno ogni biennio) e sempre buono il livello qualitativo. Se continua di questo passo, verrà presto il momento in cui dovremo smettere di considerarla “solo” la ex-vocalist degli Stereolab, anche se la band londinese segnò il frangente storico in maniera inestimabile. Intanto però con questa autrice e interprete dobbiamo farci i conti, è una presenza concreta e attiva, non sa affatto di scoria residuale né di arredo mitologico. Nel suo avant pop infarcito di fughe all’indietro e rilanci futuristici non c’è posto per rimpianto o autoindulgenza: la ricerca sonora sembra una calligrafia che insegue la dimensione del classico, arrogandosi il coraggio dell’azzardo arty di cui i tipici testi “militanti” (vedi le citazioni di Debord nella mesmerica The Scene Of The Lie) rappresentano un fisiologico intercalare.
Se lo può permettere perché alla resa dei conti la sua voce – con quella capacità di sembrare originata ad un tempo da una monade algida e dalla pasionaria col cuore rivolto a tutti – è un’interfaccia straordinaria tra il livello popular e quello avanguardistico. Probabilmente Laetitia è la sola oggi a potersi permettere d’infilare nella stessa scaletta lo sciropposo languore exotica di Release From The Centre Of Your Heart (scritta dal “nostro” Giorgio Tuma) e la paranza visionaria (aura spacey, pennellate jazzy, inseminazioni rumoristiche) di Quantum Soup, oppure una Butter Side Up dalla mollezza 60s estenuante (come un impatto atmosferico tra Crosby e gli Air) e l’incantesimo lunare pseudo bossa di Echo Port, o ancora un valzer espressionista infarcito di sbuffi orchestrali come The Milk Of Human Tenderness subito dopo lo struggimento palpitante di Then I Will Love You Again.
L’elettricità, l’elettronica valvolare, le chiose drammatiche degli archi e le nuances ammiccanti dei fiati vanno a combinarsi in quadri assieme destabilizzanti e ipnotici, ti raccontano la possibilità di un mainstream naturalmente contagiato di incantesimi cerebrali e geometrie cardiache. Pezzi come Transhumance col suo lucore cosmico e Life is Winning con quella specie di contro-psichedelia crepuscolare non sono solo ottimi esempi di ingegnosità strutturale ed equilibrio timbrico/stilistico: sono innanzitutto canzoni pensate per arrivarti al cuore. Tra le signore del pop-rock degli anni Dieci, Laetitia Sadier merita un posto di assoluto rilievo.
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