Recensioni

Strano atteggiamento quello dei gruppi-madre della Morr Music. Gettano le basi ad un suono, ne sviluppano le altezze piano dopo piano curandone in primis il design e la capacità di trattenere calore, e mano mano che questo suono si istituzionalizza diffondendosi su scala globale – leggasi alla voce indietronica tedesca: in pratica onnipresente durante gli anni zero – si eclissano sparendo (quasi) del tutto. Così per i Notwist, e così per i Lali Puna, seconda delle tre creature di Markus Acher (l’altra sono i Tied & Tickled Trio) qui in compagnia di Christoph Bradner, Christian Heiss e della voce d’angelo metropolitano di Valerie Trebeljahr.
Our Inventions piacerà a Colin Greenwood, che ai tempi di Scary World Theory (2001) citava i tedeschi in ogni intervista, se ancora Colin Greenwood ama farsi scaldare il cuore da questo tipo di elettronica sottocutanea e cautamente mistica. Perché i Lali Puna, dopo le accorte deviazioni dreamy di Faking The Books, tornano ai primordi come già la raccolta di rarità I Thought I Was Over That: Rare, Remixed, and B-Sides lasciava intuire. Dunque pura indietronica, raramente accostata a strumenti suonati, sempre in bilico tra atmosfere albeggianti e amniotiche, con quel tanto di spirito pop che se da un lato evita l’assopimento ed anzi rivitalizza non poco dall’altro rende il tutto piuttosto difensivo poiché prevedibile.
Certo, la mano dei quattro si sente eccome, sia quando distillano il suono Morr con sfrigolii di kraut modernizzato e le solite infiltrazioni glitch (in verità ora più di contorno che in passato, come nel singolo Remember), sia quando piantano semi di trip-hop siderale su algebrismi dall’alta caratura emotiva (Future Tense). Però nel complesso l’aria che si respira è del classico ripetuto con un bel po’ di mestiere: non brutto, ma estremamente calligrafico. Anche perché scandendo la track-list non manca proprio niente: la manualistica glitch e i synth a delineare il tracciato di pulsanti cuori analogici nella title-track, il dovuto ringraziamento al Brian Eno sinteticamente pop nella “ruvida” (virgolette d’obbligo) Move On, il prestito Stereolab di That Day e la chiusa uterina di Out There con l’ex Yellow Magic Orchestra Yukihiro Takahashi come ospite.
E di questo passo alla fine il problema non è tanto di natura estetica, ma storica e autoreferenziale. Our Inventions trova un senso preciso se ascoltato traversando l’underground di una capitale europea o esplorandone un asettico ed ultramoderno centro commerciale di periferia. Proprio come dieci anni fa. Ma allora erano cose nuove, affascinanti e capaci di forti suggestioni. Oggi che invece pure i non-luoghi sono diventati casa nostra anche grazie a canzoni (belle) come queste, tutto risulta come riepilogato, ribadito, purtroppo un po’ inutilmente.
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