• Nov
    01
    2012

Album

Interscope Records

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Un successo di massa annunciato quello di Lana Del Rey, arrivata – dopo mesi di hip-blogosfera – nelle case di chiunque grazie anche (o soprattutto?) a vicende di extra-musicali come prime pagine, ospitate televisive e spot pubblicitari.

A livello di classifiche, Lana Del Rey è stato il "nuovo" nome femminile del 2012 (nonostante la sua fama sia retaggio del 2011): il discreto Born To Die è infatti, ad oggi, il terzo album più venduto dell'anno a livello globale con due milioni e mezzo di copie ed è la perfetta fotografia di un universo mainstream pop – e ci mettiamo in mezzo anche Gotye – che ha nuovamente virato verso la melodia, dopo un periodo di estremizzazioni electro-trashy.

La figura di Lana Del Rey (ovviamente sommersa da qualsiasi tipo di opinioni, speculazioni e rumors) oggi appare sicuramente più definita di un anno fa, ma è ancora difficile stabilire realmente quanto ci sia e quanto ci faccia. Com'è ancora difficile riconoscere le indubbie qualità sotto a uno strato così spesso di furbizia business-oriented: Lana è una bambola in mano ai produttori come le altre dive pop, ma è abilissima a fare il doppio gioco.

Che sia ormai in balia del commercio è evidente anche dalla scelta di pubblicare la classica deluxe edition dell'album in prossimità del periodo pre-natalizio per sfruttare il boom del mercato. Come la Lady Gaga del primo disco, la deluxe di Born To Die consiste nell'inclusione di un vero e proprio EP aggiuntivo, intitolato Paradise (da cui il titolo complessivo The Paradise Edition). Otto tracce aperte dal singolo Ride (prodotto da Rick Rubin) che mostra la corda a livello d'ispirazione e, tra una strofa sicuramente evocativa e un chorus in cui avrebbe potuto duettare con Brandon Flowers, la naturalezza di una Video Games sembra lontana. Lana continua a portare alta la bandiera a stelle e strisce nelle successive American e Cola: la prima piuttosto anonima e con un chorus leggermente fuori dai suoi standard e la seconda, già famigerata ("my pussy tastes like Pepsi Cola").

Più interessante il taglio melodico di Body Electric ("I sing the body electric" è un tributo al poeta trascendentalista Walt Whitman), la ricerca di redenzione di Gods and Monsters ("In the land of gods and monsters, I was an angel, Lookin' to get fucked hard. Like a groupie, incognito, posing as a real singer"), e soprattutto la conclusiva Bel Air, tra i soliti tappeti orchestrali e certe melodie dreamy di scuola Cocteau Twins. La cover di Blue Velvet non fa gridare al miracolo ma Lana Del Rey ha saputo adattarla abilmente alle proprie caratteristiche, rievocando alcune atmosfere – ovviamente e non a caso – lynchiane, ancora più forti nella jazz-Badalamentiana Yayo.

Abbandonati (momentaneamente?) quasi del tutto i tentativi di avvicinarsi al mondo dell'hip hop, il Paradise EP non è altro che una breve raccolta di variazioni sul tema.

9 Novembre 2012
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