• Mag
    01
    2010

Album

Constellation Records

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Sam Shalabi chiude il cerchio. Le sue ipotesi di una psichedelia globale, oltre le culture, arrivano a conclusione di un ciclo lungo ed appassionante. Come dire che il suo karma d’artista s’è compiuto, allestendo un affresco in cui si trascende oriente e occidente. Un terreno molto scivoloso, che ha sulla propria coscienza un numero imprecisato di sconfitti. Shalabi c’è riuscito con la sua Land Of Kush Orchestra, lavorando ai margini del suo stesso stile e mettendo a frutto il concetto di ensemble orchestrale. Non a caso questo disco viene firmato dalla Land Of Kush’s Egyptian Light Orchestra, su cui forte si avverte l’influenza dell’Arkestra di Sun Ra con relativa suggestione di un Egitto mitico, al di là dei secoli e dei popoli.

Li dove il precedente Against The Day  prendeva confidenza con il mezzo e le dimensioni di un gruppo folto di musicisti, il nuovo Monogamy arriva subito dritto al centro della questione, immaginando un ibrido costante di stili e scenari. Numeri ancora più grandi, sia sul fronte tecnico (più di 20 i musicisti che si alternano), sia sul fronte del crossover stilistico con inserimenti avventurosi di jazz orchestrale, psichedelia folk, elettronica cosmica, canzonieri d’epoca.

Una voce processata ritorna, ricorrente, lungo le trame del disco a mo’ di contrappunto poetico e narrativo, parlando un vocabolario mitico e ancorando il lato concettuale del disco al contenuto più arcaico delle cose: “frustrazione / liberazione, castità / carnalità, innocenza / vergogna, purezza / impurità”. Il filo conduttore di un disco, che invece sul piano formale non potrebbe essere più vario ed eterogeneo: vertiginosi arabeschi psych-folk (The 1st And The Last, Tunnel Visions, Like The Thread Of A Spider); free jazz e arie d’orchestra di una terra immaginaria tra Arabia e Persia (Scars, Boo, Fisherman); groove cosmici per uno Stargate vero l’infinito (Monogamy).

In un dedalo di voci che affollano il disco, il canto femminile regna sovrano. Tra le varie ugole, quella delle fidate collaboratrici di sempre, Molly Sweeney e Elizabeth Anka Vajagic, che contribuiscono ai momenti più alti, mentre l’elettronica è affidata al vecchio compagno di armi Alexandre St-Onge. Chiusura  etnica, che dopo il viaggio stordente dei minuti precedenti è come tornare con i piedi per terra, in un fumoso e speziato villaggio siriano: Like The Thread Of A Spider.

Quello dei Land Of Kush è un linguaggio universale, tanto denso e complesso, quanto immediatamente comprensibile. Se non bastasse la qualità assoluta e transculturale della musica, nel testo di Monogamy, Moly Sweeney si prende la briga anche di declinarne l’alfabeto: “A is for the apple tree / B is for Beelzebub and he’s the snake / C is for the curse of Ham /  D is for the drugs that you’re now forced to take / E is for eternity /  F is for the fucking that you did outside / G is for the Giving Tree /  H is for the Holy Spirit’s bride / And all of this comes out /  In little birdlike trills /  You’ll reach for paper towels / To clean up all your spills

19 Maggio 2010
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