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Sfuggevolezza. Se possiamo trovare una caratteristica in grado di descrivere al meglio gli inglesi Landshapes (in principio Lulu and the Landshapes, poi ridottosi secondo logica di sintesi) è proprio questa. Lo si era già intuito dopo l’ascolto di Rambutan, disco che nel 2013 aveva segnato il loro esordio con l’ambitissima Bella Union, e in cui, mentre l’elettronica stringeva la mano alla tradizione, atmosfere orientali e occidentali finivano per incontrarsi in una terra di mezzo. Lo conferma oggi Heyoon, nuovo capitolo discografico registrato presso gli Soup Studios di Limehouse con i produttori Giles Barrett e David Holmes, disco che infatti rappresenta la continuazione del percorso artistico intrapreso dal quartetto formato da Dan Blackett (batteria), Luisa Gerstein (ukulele e voci), Heloise Tunstall-Behrens (basso) e Jemma Freeman (chitarra e voci).
Undici tracce sfuggevoli, appunto, che rendono più arduo e scivoloso del previsto il tentativo di ingabbiare in etichette piuttosto standardizzate il suono targato Landshapes. In Heyoon infatti, mentre i convenevoli iniziali vengono affidati alle svianti sferragliate punk di Stay, è alla doppietta psych-folk Fire/Moonage che spetta il compito di risucchiare l’ascoltatore nella fumosa e spettrale atmosfera – capace di evocare scenari timburtoniani – in cui cercare di farsi strada per tutta la durata dell’ascolto. Passando per gli arpeggi spettrali di Lone Wolf, per l’eterea Red Electric Love Fern e per la psichedelia cavalcante di Desert (tracce più meritevoli dell’intero lotto), il viaggio lungo la tracklist alla lunga finisce però farsi fin troppo stancante. E quando si arriva alla conclusione che si trattava di uno shoegaze-folk funereo, è troppo tardi.
La mutevolezza a volte può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Per questo i Landshapes dovrebbero cominciare a maneggiarla con più cura.
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