Recensioni

Il primo album di Lapalux non punta alto come dovrebbe ma prosegue con grande, grandissima, classe il discorso di cesello inaugurato dai due EP Brainfeeder, dopo due prove d’esordio – se non carbonare poco ci manca – acerbe ma vitali, propositivamente imperfette, all’insegna di un wonky sporchissimo di sperimentazione ritmico-timbrica ma con le antenne già drizzate verso un sottofondo arty che lì era ancora fusion e qui si toglie la maschera scoprendosi proprio lounge music (Swallowing Smoke). Sulle coordinate dell’adesso venticinquenne Stuart Howard valga quanto già detto qualche mese fa, ovvero: nu-black liofilizzata e tagliata glitch & wonky in chiave intimista.
Come da moniker, il ragazzo è generoso e sciorina con un’abilità costruttiva degna del miglior Dimlite (il fascinoso agglutinarsi di forme di The Dead Sea) tutta la sua palette di toni catchy anni Dieci: lavoro sulle voci (l’autotune liquefatto del singolo Guuurl; il crooning appena sussurrato diWalking Worlds), black variamente declinata (l’r’n’b languido e rarefatto di One Thing e Dance; il trip hop come forse lo farebbe Burial di Straight Over My Head), sperimentazioni electroniche (inguantate di fighettume, come nel morbido cazzeggiare wonky & glitch di Flower), manipolazioni jazz (l’arrabbattarsi percussivo, i synthini untissimi e le voci Aphex/Windowlicker di Kelly Brook; la coda space – siamo in casa FlyLo, del resto – della già citata The Dead Sea).
Accentuando in tutto questo la dialettica con l’ingombrante James Blake, se Without You, con la voce mimetica della brava Kerry Leatham ne è uno splendido apocrifo, ancora una volta – Some Other Time – con le orecchie puntate verso The Weeknd. Ecco: se in quanto a expertise siamo su livelli di artigianato laptopistico molecolare – artigianato che si fa arte – per quanto, comunque, la ruffianeria del pacchetto non sia poi troppo lontana dall’allarme rosso che scatta per gli Inc., rispetto a un Blake manca l’autoralità. E con questo non intendiamo la cifra, ma proprio le canzoni. Vedremo se questo punto interesserà o meno a Howard in futuro. Intanto, goloso e impeccabile, a Nostalchic si può fare un solo appunto: gli manca quel pizzico d’incisività che questa volta non ci regala (esageriamo?) un Dark Side of the Moon – o della bignamizzazione, della cartadaparatizzazione – del continuum glitch-wonky. Ma per quello, anche come numeri, c’è già Flume (assia più di grana grossa come trama).
Vedere la copertina: Lapalux trasforma gli schizzi, le schegge, le stringhe, i coriandoli traslucidi del glitch e gli acciaccamenti, gli schiacciamenti, le increspature, le squadrature, le non-quadrature del wonky in glitter, paillettes e pieghe sinuose. E viceversa. Lo fa bene, anzi benissimo.
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