Recensioni

Colpevoli noi, nei confronti dei Larsen. Colpevoli di averli perduti di vista in un mercato musicale ipertrofico e inarrestabile. Colpevoli perché esperienze come quelle del collettivo torinese non devono passare sotto silenzio. Mai.
A nostra parziale discolpa ci sarebbe la tentacolare produzione discografica e i mille rivoli in cui i vari membri del collettivo hanno sviluppato le proprie carriere frantumando confini (geografici e musicali) e consuetudini (la scarsa attenzione all’autopromozione, una certa volontà d viaggiare quasi sottotraccia, lasciando parlare per sé solo la musica). Roba che meriterebbe una attenzione particolare e che purtroppo spesso e (mal)volentieri scivola nell’oblio.
Questo Cool Cruel Mouth, ad esempio. Avremmo peccato e di molto nel tralasciarlo al suo destino di oggetto di culto, poiché rappresenta forse uno dei picchi più imponenti nella discografia della band. Nato per celebrare il 15ennale dell’attività a nome Larsen, vede la formazione stabilizzata in quintetto con Fabrizio Modonese Palumbo (chitarra, electric viola), Marco "Il Bue" Schiavo (batteria), Paolo Dellapiana (elettronica, accordion, theremin, digital piano), Roberto Maria Clemente (chitarra, shruti-box) e la presenza in pianta stabile – ennesima dimostrazione dello spessore e della stima riconosciuta alla band – di Little Annie alla voce. Unione di spiriti affini che porta ad un lavoro scuro, umorale, estremamente lirico, dalle atmosfere innegabilmente esoteriche e notturne e che, particolare non indifferente, utilizza un ventaglio di possibilità piuttosto eterogeneo pur mantenendo una invidiabile coesione di fondo.
Il tradizionale da crooner It Was A Very Good Year (vedi alla voce Sinatra), ad esempio, diviene una murder ballad in slow motion con un Cave femmina alla voce e tappeti cameristico-elettronici suggestivi. Oppure il folk-prog elettronico di Existential Joe una magia che disegna volute fumose e spacey, limitrofe ad un rituale ancestrale. O ancora le nebulose tra droning e spoken-word di Dyslexic Haiku, una 12 Eyes per piano e cosmo, una conclusiva Viggo sospesa e in tensione come certi C93 ossianici che ricreano atmosfere di un lirismo ineccepibile e altero.
L’ospitata di Baby Dee al piano sulla rendition della propria Unheard Of Hope – tratta da A Book Of Songs For Anne Marie – non fa che moltiplicare le prospettive sonore di uno dei migliori dischi ascoltati in questo squarcio di 2011. Opera, si sarà capito, di uno dei collettivi più avanguardistici e apprezzati. D’Italia e non solo.
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