Film

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Nella prima sequenza di Sunset (Napszállta), la protagonista, di cui seguiremo il lento percorso di ricerca e scoperta, si trova all’interno del luogo centrale da cui scaturirà la maggior parte degli eventi cruciali. In una cappelleria situata nella Budapest del 1913, Irisz Leiter sta provando alcuni cappelli, quando d’un tratto interrompe la modista che la sta servendo per rivelarle di non essere entrata per acquistare qualcosa, bensì per l’annuncio di un’offerta di lavoro. La modista, sorpresa e anche infastidita dalla modalità con cui è stata fatta questa sottile ma decisiva rivelazione, risponde: «Poteva dirlo subito». Probabilmente sta proprio qui il senso del secondo film da regista di László Nemes, Premio Oscar all’esordio con Il figlio di Saul, che stavolta – dopo aver affrontato l’orrore dei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale – sposta la sua personalissima indagine alla fine della Belle Époque, nel periodo immediatamente precedente la fine di quell’Ancien Régime incapace di prevedere il cambiamento in arrivo e di cui fu vittima assoluta in seguito alla guerra che scaturì dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando. Il regista, prendendosi tutto il tempo a disposizione per il suo racconto – ritratto claustrofobico e orrorifico del tramonto di un’epoca ben precisa – mette alla prova il suo pubblico, che sarà costretto a compiere un atto di fede per addentrarsi nei meandri di un’indagine fisica e psicologica del senso stesso della parola cambiamento.

Al pari della protagonista, quindi, lo spettatore verrà sballottato da un luogo a un altro della città asburgica, quando il pretesto del ritorno a casa scatenerà una sequenza di eventi già in preparazione da diverso tempo e in cui Iris rimarrà invischiata fino a raggiungere una posizione al loro interno che non avrebbe mai immaginato. Nemes segue la giovane, che ha il volto perennemente sconvolto e dubbioso di Juli Jakab, e lo spettatore con lei proverà a decifrare più volte il senso di una trama fin troppo esile e scarna, ma ben presto sarà costretto ad accettare quell’unico sguardo sulla Storia, che è profondamente personale e la cui intenzione primaria non è certo quella di sostituirsi ai manuali sull’argomento. L’intento finale semmai è quello di tracciare un parallelismo con il tempo presente, dove la confusione generale e l’attesa di un cambiamento che una volta attuato sarebbe diventato irreversibile, fa il paio con la costante paura con cui il cittadino del ventunesimo secolo vive la propria esistenza, conscio della minaccia terroristica globale e, proprio come gli abitanti di Budapest incontrati da Iris appaiono sfocati sullo sfondo, immerso in uno spazio privo di profondità di campo, quindi senza coordinate geografiche precise.

Il tramonto di un impero, di una concezione di vita ben precisa, e la ricerca ossessiva della protagonista si fanno messaggio primario per lo spettatore; l’occhio di Nemes inquadra un contesto storico ben preciso anche se mai “messo a fuoco”, e proprio come Irisz, anche il cittadino del terzo millennio vive in balia degli eventi, si lascia trasportare da essi senza opporvi troppa resistenza con perenne stupore rassegnato, in attesa di un prossimo cambiamento che è anche inevitabile e potrebbe avere conseguenze drammaticamente irreversibili. Nel dipingere il tramonto di un’epoca, il regista ungherese lancia quindi un avvertimento carico di dubbi e di paure, anche se mai interamente pessimista (più che cosmico, ciclico): un raggio di luce in fondo alla storia è sempre percepibile; anche nei momenti più tenebrosi l’essere umano sarà in grado di rialzarsi e ricostruire.

8 Settembre 2018
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