Recensioni

La poetica di Laura Marling riflette, neanche a dirlo, la Marling stessa. Il nervo scoperto di un carattere forte e al tempo stesso fragile, quel grumo di rigore ed elasticità formale, si ritrova nei brani di una musicista che scardina il suo vissuto con un flusso sonoro semplice e al tempo stesso angolare. Formula intelligibile, perché legata a un immaginario estetico ben noto, ma capace anche di destabilizzare con una certa imprevedibilità di fondo. L’ottimo Once I Was An Eagle del 2013 chiamava in causa il folk, ma non era solo un disco folk; semmai una sorta di diario, una placenta di chitarra acustica e poco altro libera di spaziare tra umori e sensazioni, determinatezza e atmosfere sospese.
In Short Movie, stilisticamente parlando, di quel disco c’è al massimo una How Can I. Il resto è un compendio musicale più vario e diversificato, figlio delle ultime esperienze di vita. Che, nel caso della Marling, significano un lungo periodo sabbatico speso negli Stati Uniti a girovagare di città in città, suonando in piccoli locali (quando non proprio in stanze), gestendosi in autonomia e sperimentando un tipo di esistenza aliena rispetto alle sue abitudini. Compresi i fallimenti amorosi e le annesse sensazioni di spaesamento e frustrazione portate in dote da una città come Los Angeles («[in quel contesto] ti senti davvero “esposta”, senza nemmeno la protezione delle nuvole», ha dichiarato l’artista al Guardian)
Da qui, un disco travagliato nella lavorazione, ma eccellente nei risultati. Nella nuova veste la Marling sembra una Cate Le Bon più raffinata e altolocata (Walk Alone), gioca con la psichedelia e con Nick Drake sulla ormai consueta base di sei corde acustica (Warrior), ma guadagna anche un mood blues elettrico e crepuscolare che richiama in qualche modo il deserto californiano (Howl). Spesso e volentieri si parla d’amore, di rapporti interpersonali, in testi che la musicista condisce con sarcasmo, riflessioni (la spoken word in stile Ani Di Franco di Strange) e giochi di parole. Un racconto che sembra sempre e comunque in prima persona (anche quando non lo è) e che conferma le grandi doti della Marling nel costruire uno scambio empatico di prim’ordine con l’ascoltatore. In certi passaggi spicca una Tori Amos più folk-rock (False Hope, forse il brano più insolito per chi ha conosciuto la musicista ai tempi di Once I Was An Eagle, ma anche uno dei migliori del disco), in altri un Tim Buckley interrogato dai Fairport Convention (I Feel Your Love), in altri ancora un mood vagamente country-folk “europeizzato” a suon di archi (Easy), talvolta persino ritmiche in stile Dire Straits fuori contesto (Gurdjieff ‘s Daughter).
E’ tutto l’album, tuttavia, a convincere, soprattutto per la grande personalità che dimostra nel restituire i vari input in un unicum organico che di immobile e statico non ha quasi nulla, eppure suona puntuale e nitido come non ti aspetteresti. Un episodio che ha poco a che vedere con lo stream of consciousness del disco precedente, e che proprio per questo definisce il nocciolo di un’immaginario ben riconoscibile, coerente e affascinante.
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