Recensioni

7.4

Prima o poi Detroit chiama. Specie se sei una persona ansiosa nell’epoca della sovraesposizione mediatica. In particolar modo se The Wire mette il tuo Quarantine come album dell’anno e nel web tutti parlano di te senza sentire il bisogno di interpellarti. Lo sanno meglio di noi quelli della suddetta rivista britannica, che le hanno dedicato uno speciale (e la copertina del numero di novembre #357) disegnandole un imprescindibile ritratto dal quale è necessario partire. Laurel Halo è un personaggio fragile, tipicamente escapista nell’approccio alla musica e anche un tantino paranoico, diffidente – in special modo della comunicazione digitale – eppure così emblematico dell’epoca in cui viviamo. Impossible non rimanerne affascinati o non trovare in lei qualcosa di noi.

Il pre- è presto detto e anche un po’ banale. La ragazza abita a quaranta minuti da Detroit, cresce a Royal Oak (poi Ann Arbor) ascoltando la discografia dei genitori tra Motown e Steve Wonder, Joni Mitchell e i Police, imparando prima il piano, poi il violino e la chitarra. Si laurea alla School Of Music del Michigan e, conclusi gli studi, rigetta le convenzioni per bazzicare tante strade senza rimanere incollata a nessuna. Arriva così ad affermare una non-identità musicale contro ogni brandizzazione artistica.

Facilmente catalogabile in questo o in quel microtrend, la sua produzione è leftfieldiana per eccellenza ma sempre caratterizzata da un riconoscibile livello d’incertezza e di confortante arrendevolezza. Sia che la si ascolti alle prese con il pop sintetico – un po’ folk magico e un po’ hypnagogicamente 80s – di King Felix (dentro c’è anche un drone del Daniel Lopatin), sia che faccia dell’ambient con Antenna Cassette su NNA Tapes (in verità, una rielabortazione di materiale del 2006), del layering alla Oneohtrix Point Never con tastiere 70s e altre fascinazioni psych (Hour Logic) o del (semi) free form annegato nel Blemish di Sylvian o in fascinazioni da Club, la sua musica ha dentro una costante d’inadeguatezza.

Così Detroit è arrivata in soccorso. E Laurel (da New York) ha accolto la missiva. Chance Of Rain, anticipato dall’EP Behind The Green Door che The Wire definisce correttamente house disfunzionale, è un liberatorio tuffo nelle improvvisazioni ritmiche dei suoi set, dove finalmente tutto, anche la sessualità, è sublimato. L’impro è incanalta su 4/4 di mentalità techno con sporadci smalti del jazz che la ragazza ha respirato immediatamente dopo l’Università all’epoca in cui suonava in ensemble di 25 elementi. In pezzi come Oneiroi sentirla premere ossessivamente svariati pulsanti hardware su un groove minimale e field recording è liberatorio, così come lo è un album che riesce a trasmettere una nitida sensazione di planata giusto al di sotto dei riflettori della società controllata. Ci trovi – e tocchi quasi con mano – le fascinazioni futuriste della techno (e dunque per la matrix internettara), ma allo stesso tempo hai la sensazione di eluderle. Serendip, con quel tamburellare su cassa à la Plastikman, vintagistiche visioni sci-fi e tocco Carl Craig, ne è la perfetta traduzione, mentre Chance Of Rain si serve di languido jazz per sabotare quella che potrebbe essere una moderna e ben cesellata produzione techno dub.

Per Halo la techno può rimuovere ogni problema personale, ma la sua musica viene sempre servita cucinata a metà. E’ una “forza meditativa che può processare l’oscurità“, racconta sempre a The Wire, ma il motivo all’oboe di Melt è pronto a ricordarci che l’utopia non è cosa terrena, così come fa l’intermezzo Still/Dromos, un altro di quei brani instabili tipici della musicista (un missato che la riporta anche nell’alveo di due numi tutelari come Ferraro e Lopatin). Ainnome, in conclusione, affonda i piedi a Chicago, in una moviola di psichedeliche ebrezze. Un’ultima pennata prima dell’outro al piano in punta di piedi.

Chance Of Rain è uno di quegli album che stimolano valutazioni distinte, profilate secondo plausibili punti di vista. Anche per Quarantine era così. Qui ne scegliamo uno basato sulla bontà di una techno d’autore che produce un trasposto diretto, visionario, e non ultima una comunione spirituale con Laurel Halo …umana dopotutto.

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