Recensioni

7

A voler essere pignoli, l’album andrebbe maggiormente accreditato ai due polistrumentisti Tenzin Choegyal e Jesse Paris Smith, a cui Laurie Anderson ha prestato voce (per le letture) e (occasionalmente) violino. Progetto pluridecennale, comunque, che prende le mosse da un concerto del 2008 per raccogliere fondi a sostegno della causa tibetana. Tibetano è infatti Tenzin Choegyal, che in seguito alla perdita del cognato decide di sonorizzare e mettere in musica uno dei testi sacri più importanti della propria cultura, il Bardo Tödröl Chenmo, noto anche come il Libro tibetano dei morti. Si tratta di una sorta di guida per le anime dei defunti che prima di raggiungere la propria destinazione definitiva nell’aldilà si ritrovano per un periodo di 49 giorni in una sorta di limbo. I monaci tibetani ne leggono brani ai morti proprio per evitare che si sentano disorientati.

Da quel 2008, in cui la collaborazione tra due approcci così diversi – quello della cultura tibetana di Choegyal e quello della composizione musicale occidentale della giovane Jesse Paris Smith (anche giro Sacred Bones) – ha messo semi fruttuosi, si aggiunge al progetto anche Laurie Anderson, individuata come una perfetta lettrice per le pagine del Libro nella sua traduzione inglese. Quello che ne esce è una lunga suite di 80 minuti che intervalla lo spoken word di Anderson al canto di Choegyal su di un flusso sonoro minimale, tanto sostanziato dagli strumenti tibetani (gong, flauti di bambu, campane), quanto dalle tessiture per archi e tastiere più classicheggianti. Il risultato è più vicino a una performance registrata che non al vero e proprio album, con stralci di canzoni propriamente dette che si fondono nelle letture e viceversa. Sembra – da prendere con tutte le pinze del caso – uno di quegli esperimenti di sonorizzazione della poesia, una tradizione che ha una lunga tradizione proprio negli Stati Uniti, basti ricordare le collaborazioni tra i poeti della beat generation e i musicisti bop negli anni Cinquanta, o a Kurt Cobain che incontra il Prete, al secolo William Burroughs.

Nonostante in certi momenti ricordi drone e ambient music, non si tratta di musica che possa essere fruita in sottofondo, ma richiede una immersione attiva nel flow sonoro e di coscienza che l’album propone. Da non ascoltare tutti i giorni, ma testimonianza genuina di un proficuo incontro tra tre diverse personalità artistiche, provenienti da background altrettanto disparati: un esempio di world music aggiornata ai tempi nostri.

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