Live Report

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Di frasi nella testa ne abbiamo molte, a mucchi, come le frasi del telefono, come i versi di una filastrocca, come le frasi sulla vita in generale. Ci mancano però frasi sui sentimenti nel momento in cui smettiamo di parlare e passiamo ai gesti, che ci riescono sempre; ecco lì subentra, al posto dei sentimenti, un rituale, ma non un procedimento vuoto, non una ripetizione irrilevante, ma un insieme rigenerato di formule solenni, con la sola forma di devozione di cui siamo capaci ogni qualvolta accade qualcosa di meraviglioso. A questo tipo ancora nascosto di frasi dovremo affidare quella transizione invisibile verso uno spazio non precisato, quel momento in cui la musica si è voltata indietro ed è diventata qualcos’altro: una voce, un suono, una nuova grammatica, alla ricerca di un’immortalità agognata. Lucca, cornice tanto solenne quanto morbida, ingloba per una notte – all’interno del suo Summer Festival giunto a spegnere le venti candeline – l’incontro sofisticato e logicamente perfetto fra il groove ancestrale della regina un po’ soul, un po’ hip hop, un po’ r’n’b, Ms. Lauryn Hill, e dell’amico e collega Kamasi Washington, sassofonista jazz arrivato alla ribalta con un disco immenso come The Epic: tre ore di rigore ed emotività, nervature funky, spiritualità free e classica, in perfetto equilibrio sulla stessa vibrazione costante.

Washington, classe ’81, un gigante cosmico dal volto barbuto, inizia a esibirsi quando il giorno non se ne è ancora andato, con la luce del sole che si trasforma in un tramonto animista. La magia delle sere d’estate è proprio questa. Grande tunica crema, un turbante a mo’ di casco, anelli dorati, tastiere, contrabbassi, fiati e soprattutto due batterie conquistano il palco. Una voce femminile, quella di Patrice Quinn, celestiale corista nonché compagna di Washington, «my girlfriend, the amazing mrs Patrice Quinn» a punteggiare la trama jazz dell’epico miracolo compiuto dall’artista di LA. Il pubblico lucchese rispetta un rigoroso silenzio dinanzi alla grandiosità della performance di Kamasi, che alterna fasi brutali di jazz sempre più free con la cassa impazzita a momenti di grande candore ed eleganza. Change Of Guard inizia dalla fine, da quel coro morriconiano, suono di un eterno tangibile, per poi avventurarsi nei lidi più psichedelici di una composizione che getta subito le basi per l’ascolto diverso: con – e grazie – a Kamasi Washington ci si trova di fronte l’idea sempre più pressante che il jazz trasfiguri ogni natura, ogni genere musicale prestabilito, configurandosi maggiormente come una sensibilità preziosa, insita o meno nel nostro inconscio. Nella sua completa libertà ritroviamo lo spirito indomito che ricorda Fela Kuti, la volontà di sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva per tornare a un patto originario dello spirito con l’universo. L’inventiva eterogenea unita alla tecnica strumentale di tutto l’ensemble regala al pubblico lucchese uno show in cui la potenzialità di un disco come The Epic può vagare senza sosta, grazie anche a un gusto per l’improvvisazione equilibrato e a un virtuosismo potente e viscerale, tanto negli assolo quanto nei fraseggi.

Washington presenta più volte i suoi musicisti, e lascia loro il meritato spazio per esibirsi in assolo frenetici che scaldano il pubblico fino a farlo balzare in piedi, in applausi scroscianti e sinceri. Con un brano manifesto come Blackman, affidato allo spoken word della Quinn, l’orgoglio culturale di Washington prende il sopravvento, offrendo una militanza d’animo che suona come lotta sociale. La marcia terragna di Miss Understanding, disegna fiati concitati e impazzisce in una coda finale à metà fra Art Ensemble of Chicago e un febbricitante Paul Bley. Il jazz elettronico della band incendia il pubblico, scuotendolo verso un ascolto attivo e ragionato: non c’è suono che passi inosservato, tutto è genialità e combinazione sonica, presentimento, trascendenza incondizionata delle regole. La maestria esplorativa di Washington gioca con lo spirito di Coltrane, l’irruenza free di Ayler, la fusion del Davis di Bitches Brew, fino all’afrofuturismo cosmologico di Sun Ra. Vibranti poliritmie si avviano alla parte finale dell’esibizione, fino a farsi infettive quando il basso lacerante si unisce al moog dell’eccentrico Brandon Coleman. Una versione quasi funk dal groove irrefrenabile di The Rhythm Changes chiude l’ora sacra e profana di live: la Quinn alza le braccia al cielo, come a invocare una presenza. Che c’è, c’è eccome. È il fottutissimo spirito del jazz, in cui tutto vibra, si contorce. Per un attimo sembra che anche Maria Luisa di Borbone, stoica e immobile nel suo marmo ottocentesco al centro della piazza, improvvisi un gesto, un movimento, una minuscola rivoluzione. Il pubblico si alza in piedi, in visibilio per questo alieno col sassofono che ringrazia, saluta, scompare dinanzi alla nostra abrasione emotiva.

Lasciando il posto ai Delfonics lanciati in stereofonia, il cambio palco si dilunga per una ventina di minuti fino a quando i numerosi musicisti di Ms. Hill irrompono sul palco. Un’introduzione importante, che si fa dichiarazione d’intenti: il gusto dell’abbandono, la frenesia che si respira nell’aria porta il pubblico a balzare in piedi sulle sedie, abbandonando la stasi imposta dalle sedute di fronte a uomini e donne, elegantemente di nero vestiti, che fendono l’etere con un funky soul di un altro tempo, di un altro spazio. Il tanto temuto ritardo della diva si scioglie in boato di gioia quando, alle 22.50, Lauryn Hill compare maestosa sul palco. Nel suo «How u feelin?», in quella voce screziata, ritroviamo tutta l’attesa, la pazienza, il legame che in questi vent’anni non è mai venuto meno. Sotto il cappellino rosso, disvela un sorriso sereno che quasi ci sembra cozzare con l’idea di bisbetica indomabile raccontata dalla stampa negli ultimi anni. Come un maestro d’orchestra dirige la band, impartendo pause, stop improvvisi, silenzi. Everythins Is Everything arriva così, a bruciapelo, nel fluire maestro di un’introduzione che sembrava non finire più, quattordici meravigliosi minuti di instrumental fra sacro e profano. A cascata, Forgive Them Father e Ex-Factor, con una nuova pelle a metà fra ska e reggae. Lauryn salta, balla, si dimena nel suo completo bianco stracolmo di stampe Fornasetti.

Di fronte agli arrangiamenti mastodontici, e alle volte sorprendenti, pare che non resti poi molto dell’impianto originario di The Miseducation. Eppure è tutto ancora lì, al suo posto di sempre, dal rap di scuola afroamericana alle sonorità in levare della tradizione haitiana, fino al rock con basso e batteria che, in alcuni passaggi, pestano senza pietà. Dal reggae di Marley, al jazz di Nina Simone, all’hip hop dei Fugees, al r&b e al neo-soul, rimanere sempre credibile poteva diventare un’impresa impossibile. E l’epicità di Lauryn Hill sta proprio nell’esserci riuscita con quell’insolenza meravigliosa e sbarazzina, quel talento cristallino che sa ricrearsi ogni volta diverso. Perché è doverosa una riflessione sull’hype che questa donna continua a generare, sulle attenzioni che ogni suo concerto riserva: un disco all’attivo, e un’attesa lunga quasi vent’anni.

The Miseducation of Lauryn Hill, pietra miliare di un tempo imperfetto e dorato, uscì nel 1998 portando con sé l’idea che alle volte può bastare un solo disco per essere quella diva tanto acclamata quanto odiata. Un disco che non è quantificabile in idee e innovazione, in cui alla parola di Dio, l’onnipresente Lord a cui affidarsi, si sposa l’hip-hop e l’r’n’b. C’è un’aura di spiritualità, di liturgia nell’impegno civile di Lauryn Hill, elevata a figura mitologica di una storia senza finale, come una Medusa dolcissima che campeggia sulla copertina lignea di quell’unico disco. Sono anni che si parla di un ritorno, della volontà di dare un seguito a quel capitolo. In mezzo ci sono figli, mariti, una condanna per evasione fiscale con conseguente detenzione di tre mesi in un carcere del Connecticut. È un seguito che potrebbe non arrivare mai, e di cui per assurdo, potremmo anche non sentire mancanza. Cos’è tutto ciò? Mitologia, epica, qualcosa di leggendario, un racconto biblico per il canto ruvido e screziato di una donna sola al comando, inconsapevole di una scena musicale spesso difficilmente slacciata dalle cronache di città violente.

Le riflessioni scompaiono e resta il rap a cappella di Final Hour, mentre il silenzio attento della piazza culmina in un boato di gioia, per la sensazione di essersi ritrovati in quell’eterno «You can get the money! You can get the power!». Dalle velocità improponibili di Lost Ones con i fiati in libertà, il ritorno alle origini con How Many Mics, Fu-Gee-La e Ready Or Not, stasera è perfettamente riuscito. La Hill si riconferma una delle rapper più sciolte della sua generazione: rime sapienti, spirituali, divertenti, sorprendenti. C’è dell’acciaio nella sua voce, in quel canto che suona come se fosse davvero interessato alle nostre crisi senza speranza, alle nostre impotenti paure. Basti pensare che The Miseducation Of Lauryn Hill ha attraversato demografie e generi, cambiamenti climatici, sei presidenti degli Stati Uniti, vite e disgrazie di un mondo intero ed è ancora qui, più nuovo e pulsante che mai. Lo show continua mantenendo altissima la concentrazione e l’energia: dalle poliritmie celebrative di una Killing Me Softly potente e commossa, al momento cover con la rivisitazione di quei capolavori di Sade come Your Love Is King e The Sweetest Taboo, fino all’estasi carnevalesca di Can’t Take My Eyes Off You – dio, Frankie Valli ballerebbe assieme a tutti noi stanotte, sulle sedie, sul mondo e sulle luci.

C’è una sezione di fiati portentosa a introdurre il momento forse più importante del concerto, sicuramente quello della catarsi individuale: grazie a Turn Your Lights Down Now e To Zion cambia qualcosa. Il punteggio delicato e dolce che viene riservato a questi pezzi fa pensare a come finora sia parso che la Hill scherzasse con la sua voce. È quando canta delle cose serie, di quel primo figlio amatissimo, che tutto diventa ancora più magico. E forse capiamo e apprezziamo anche il suo ritiro, perché le cose più belle della vita non sono mai cose. Risolto qualche problema tecnico che sembra per un attimo farla preoccupare, Ms. Hill si prepara al gran finale, con Feelin’ Good a volumi massicci, per una proclamazione di verità, «it’s a new dawn, it’s a new day, it’s a new life». Raggiunta a sorpresa da Kamasi Washington che ci regala nuovamente un po’ del suo epico sax, siamo tutti pronti e impazienti per quella cosa lì, e per l’ultima volta, in piedi, un po’ traballanti d’emozione e paura, intoniamo Doo Wop (That Thing), con la maestra a guidare uno sguaiato coro pieno d’amore. Perché ogni amante di Ms. Hill sa benissimo che il fiato che pervade la sua opera è un soul a Dio, e che la notte è solo lo sfondo, la terra vista dalle altitudini del disincanto. La sua voce ora bassa e ruvida, piena di intensità e anima, ora mitragliatrice rap, a memoriale della sua adolescenza nei sobborghi del New Jersey. Un vangelo intarsiato nel profondo della gola, quella voce che a volte è più di un respiro solenne. La sua sfida più grande sembra quella di allineare l’energia in tempo, afferrando qualcosa che non è facilmente classificabile o afferrabile, per cercare di renderlo accessibile agli altri. Così stanotte la amiamo un po’ tutti, Ms.Hill, la sua musica, i suoi testi, il suo mondo e anche i suoi radicali cambiamenti, il suo modo di porsi di fronte alla realtà, il suo disprezzo verso l’umanità, le sue denunce e i suoi rimproveri. Il modo in cui ama Dio e la natura, il suo sorriso carico di sofferenza e il suo sguardo a volte cinico, a volte perso ma spietato nel difendere la sua stessa esistenza.

So che stanotte potrebbe essere il ’98, potrei trovare un corteo di haitiani in protesta fuori da queste mura sicure, potrei indossare una salopette di jeans e girare disinvolta con una testa di treccine afro. Tutto è possibile stanotte, perché tutto può esserlo quando in vent’anni con un solo disco all’attivo, il mondo si ferma davanti a te, in rigoroso, religioso, sacro, silenzio. Per un ritorno privo di scopi, fatto solo per un eccesso di gioia, di felicità. E forse aveva proprio ragione Fitzgerald quando scriveva che «tutto quello che sei e fai dai quindici ai diciotto anni è quello che sarai e farai per tutta la tua vita».

9 luglio 2017
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