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    01
    2005

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DFA

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James Murphy non è uno sprovveduto, nel corso degli ultimi tre anni, ha spianato il terreno alla propria creatura studiando ogni dettaglio. Come produttore ha mandato avanti i propri pupilli abituando un pubblico underground alle sonorità che voleva, come musicista si è mantenuto nelle retrovie facendo uscire una manciata di singoli ben oculati (tutti presenti nel secondo cd dell’album) creando così culto e aspettativa. Non solo, con la ferma intenzione di operare un rivoluzione in musica come non se ne vedono dal ’87 – la mitica summer of love dell’acid house -, ha fatto prima uscire allo scoperto i Rapture dandoli in pasto al mainstream (maniaci dell’House compresi) e poi ha sfoderato, con due compilation (smerciate prima su piccola scala e poi attraverso la grande distribuzione), tutto l’arsenale dance-rock, p-funk, disco-punk che la DFA aveva a disposizione.

Ora, a tre mesi di distanza da quest’ultima, il musicista 34enne, proprio come un buon giocatore che trova il momento più propizio per calare il poker d’assi, pubblica (sempre per la EMI) una collezione di inediti pensati, ricercati e elaborati allo scopo di lasciare il segno nella cultura rock (ma anche dance) contemporanea. E non c’è dubbio che i nove brani di quest’album, conficcati nel ventre di una New York di nuovo al centro del mondo, sfilino veloci e accattivanti nelle orecchie di un’audience che sembra non voler altro.

Pienamente inserito nel panorama di mixing and melting della nostro presente, l’Lcd Soundsystem assembla con materiali poveri brani carichi di lucida paranoia dance, che si animano come umanoidi dalle fattezze giovanili. Proprio come dei terminator Schwarzenegger che rubano i vestiti al motociclista di turno e salgono sulle Harley Davidson, le tracce scorrono rapide e con le mani ferme sui manubri, a partire proprio da quella Daft Punk Is Playing at My House, secondo singolo estratto (il primo era Movement uscito a novembre 2004 con retro Yr City’s A Sucker) ma primo capitolo di una collezione che s’impone (anti)anemica e situazionista.

Appoggiandosi a un ritmo ben cadenzato – batteria e contrappunti di battiti di mani stile Stooges – e aprendosi a leggere dissonanze di chitarre e i “soliti” campanacci –, Murphy canta declinando in versi la noia e la paranoia che forse non gli appartiene ma gli è caratteristica, con quel fare tutto newyorchese e l’ossessione malcelata per James Chance e Mark E. Smith. A incalzarlo un riff che monta ma non esplode costituito da un basso in stile Big Black e synth: in pratica l’elettro-rock che fa da ponte immaginario sull’Atlantico (per inciso, il video è un remake di Around The World ambientato a Brooklyn, dove omini in calzamaglia avanzano come i led “semaforici” di un mixer).

Più avanti, s’inpongono una serie di tracce variegate, che, riesumati i generi underground del dopo-punk, ne tentano una rilettura attuale: dall’ipnotica Too Much Love che fa il verso a Dj Hell e Brian Eno – ritmiche industrial e samba alieno –, al synth-pop sbarazzino tra a New Order e Marc Almond (via Patrick Wolf) di Tribulations, dall’hardcore à la Fall di Movement – marcetta serrata di synth e tripudio di distorsioni –, a quella sorta di cordone ombelicale tra !!! e Rapture che nasce dal funk bianco di On Repeat – crescendo di basso, batteria, chitarra no wave, bleeps, synth moroderiani –, fino ai deliri in sincope à la Alan Vega di Thrills – ipnotiche percussioni africane, folate laviche Pan Sonic, claps, charleston – e alla discomusic di Disco Infiltrator – coretti "gai" à la Glam Rock, ritmiche funk e effettismi Kraftwerk.

E se con tutti questi rimandi il cocktail rischia di creare un’effetto bulimia, ecco Murphy cimentarsi con due esercizi melodici che stemperano la foga e aprono alla distensione: da una parte Never As Tired As When I’m Waking Up, che il produttore sostiene di aver disegnato sulle tracce di Dear Prudence (dal White Album beatlesiano), ma che possiede più di un’illuminazione dei Pink Floyd di Dark Side Of The Moon; dall’altra la suite lunare di Great Release, deviata tanto da Here Come The Warm Jets di Brian Eno che da The Private Psychedelic Reel dei Chemical Brothers.

Prodotto in provetta di chi ha auspicato e costruito nei bassifondi che contano un futuro che è ora, Lcd Soundsystem si porta dietro pregi e difetti che hanno accompagnato a suo tempo Echoes dei Rapture: da una parte un indubbio risultato estetico, dall’altra la perdita di ingenuità e impeto, elementi imprescindibili del rock , ma anche della House e Techno primigenia.

Di fatto, se di ridefinizione della dance contemporanea dobbiamo parlare, migliore risulta sicuramente il lavoro di Dj Hell che non ci ha pensato due volte quando si trattava d’affondare il coltello nel ventre di un house adulta e in depressione, che non si è curato dei limiti di minutaggio quando ha deciso di riprendere i Suicide (Vega presente nel disco) e certi deliri punk.

Al contrario di quel che era accaduto con i fortunati singoli (Beat Connection, Yeah), Murphy sembra averci pensato troppo, o perlomeno aver voluto consegnarci una versione dell’Lcd a piccoli flash lo-fi. Ma Murphy non è Beck, e il suo soundsystem è un prodotto nato per assecondare groove ibridi che difficilmente si sposano con la forma canzone da fruizione domestica.

1 Gennaio 2005
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