Recensioni

Quando sei troppo avanti, può darsi che alla prima indecisione siano tutti pronti a impallinarti. All’esordio James Murphy mostrò – da perfetto figlio dell’epoca in cui vive e opera – l’invidiabile capacità di approfondire un crossover totale tra generi ed epoche, restituendone un’idea adatta agli anni zero senza nostalgia; col secondo disco, ha schivato la fotocopia affidandosi a un gioco di citazioni stordente nel quale incarnava -mettendoci dell’inequivocabile suo – il Brian Eno pendolare tra Berlino e New York. E tutto questo tenendosi stretti Daft Punk e krautismi, mutant-disco e new wave senza dimenticare quel che trovi nel mezzo, impreziosendo la ricetta con acutezza d’arrangiamento e livello della scrittura elevatissimi.
Logico con tali premesse aspettarsi una quadratura del cerchio in questo terzo lavoro: verso il quale ci siamo invece accostati senza attese, per evitare di ascoltare quello che non c’è. Trovandoci di fronte un’altra mimesi e nondimeno con apici di tutto rispetto allorché collega territori distanti: accade in Dance Yrself Clean (David Byrne a capo di Heaven 17), in One Touch (il Duca di Lodger si concede una danza) e in Somebody’s Calling Me (sensazionale metafisica tra jazz ed elettronica, come i Cabaret Voltaire a chiaccherare con i Can).
Il resto gioca di disinvolta accademia col già detto in una pantomima al quadrato piacevole (Home: esuberante giostrina byrniana alla This Must Be The Place, una You Wanted A Hit ironico disco-rock che in altri sarebbe orrore puro); altrove curiosa ma non risolutiva e più formulaica del solito (i Cars dietro l’angolo in Drunk Girls; il techno-pop “made in Sheffield” racchiuso in I Can Change). Al suo peggio, gioco di prestigio dove si vede il trucco (All I Want: l’ennesima revisione di “Heroes”; Pow Pow: debole, prolissa funk-wave).
In definitiva, considerando che si partiva da altezze stellari, nulla che possa ridimensionare la statura di Murphy in questa era. Prendetevela con lei, per l’eventuale insoddisfazione.
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