• Mar
    08
    2019

Album

Woodworm

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Ah buonasera Sig. Capra, è un piacere rivederla. Ha una pessima cera… è rabbuiato. Come dice? Ce l’ha con qualcuno? Ah sì? Fanculo rap trap e it pop? Ah, hip hop, capisco. Sì segga, si segga pure. Prenda un whisky. Preferisce il rum? Ecco il rum. Mi racconti qualche storia, come ai vecchi tempi. Dai su, forza, è giusto aggrapparsi a un buon ricordo, ma il tramonto è vicino, c’è poco tempo. Eh sì, perché in una “scena italiana” che sta letteralmente implodendo su se stessa, che produce una cornucopia mostruosa di nomi con l’ansia di un pianeta morente che cerca di spendere tutto lo spendibile prima dell’ultima corsa, un disco iper dadaista (già dal titolo) come Garagara Yagi è una specie di sberla beffarda e liberatoria.

Le Capre a Sonagli tornano con la seconda prova su Woodworm, etichetta aretina tra le più in vista della frenetica boutade italiota (Motta, Edda e Fast Animals and Slow Kids nel roster), e lo fanno con un album oserei dire eroico: non tanto per la resa (è oggettivamente un buon disco, ma nulla per cui strapparsi i capelli) quanto per l’incredibile nonchalance con cui i Nostri mescolano il solito buglione di punk, folk, psichedelia e financo metal nel calderone digitale. Con quella faccia un po’ così, quell’espressione ovina un po’ così, quella cover un po’ Yoshimi un po’ Pac-Man, volta a un rétro-futuro bluastro da PC game di serie Z in allegato a qualche rivistaccia di settore.

Così dopo le creature mistiche, gli orchetti e le taverne de Il Fauno (2012), e le bische clandestine coi galli da guerra di Cannibale (2017), le capre di Osio raccontano un mondo ipercinetico e folle che balla su una Dancehall paranoide con loschi figuri, elettricisti e becchini che si ammazzano di alcool, e Paracanudisti  posseduti dal Diavolo. Non capisco se ci sono o ci fanno, propendo per la prima ipotesi; si fanno voler bene anche e soprattutto per questo universo nonsense che riescono a tratteggiare e a far carburare al ritmo di un turbofolk da mandriani, una roba che pare completamente a briglia sciolta ma ha un suo rigore – strutturale, compositivo, soprattutto nella scelta dei suoni di “condimento”, sferzate acide e feedback sinistri che conferiscono un aspetto ancor più ombroso e grottesco al mix.

La forza di queste capre è il loro stare al di fuori dal mondo banale e plasticoso della Grande Scena, neanche mosche bianche, ma proprio un altro tipo di animale, senza dubbio: un animale che sopravvivrà, magari senza i grandi numeri, le adolescenti bagnate sottopalco e i testi idioti da librocuore. Ma tranquilli, sopravvive. Amo i freak, amo il modo in cui agiscono e reagiscono al sistema dominante, come lo inquadrano, con la testa storta, lo sguardo vacuo, come ne fanno ironia, come ci pisciano sopra. Mi verso un rum, in loro onore.

9 Aprile 2019
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