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Diavolo se se ne sentono di stranezze oggigiorno. Da dove cominciamo? Dal nome del gruppo o dal titolo dell’album? Forse dal titolo delle canzoni? Le capre a sonagli sono una band incredibilmente interessante, lo diciamo subito. Fanno una musica che sembra voler incendiare ferocemente le pareti di qualche fienile abbandonato e trovar da ridire su tutto. Transumanze comprese. Sapete com’è, quando si parla di capre.

Nati dalle ceneri dei Mercuryo Cromo, giungono oggi al secondo lavoro in studio e confezionano ventotto minuti in dieci canzoni di alternative stoner folk, che di qua assomigliano ai Queens Of The Stone Age (Elefante, Pirata della strada) e di là assomigliano a Vinicio Capossela (La capra e il bastone, Caronte); per non parlare poi dei momenti più tradizionali di punk-rock vecchio stampo come Dove you go? o Dio non sa, degno connubio fra l’oscurità dei Tool e la melanconia degli Smashing Pumpkins.

Ma perché scomodare certi nomi? Non vorremmo certo sminuire l’estro eccentrico di questa band, che ha prodotto un disco che non annoia mai, fa sorridere per l’ironia nascosta in ogni cambio di tempo e stupisce per la naturale crudezza con cui è registrato (a volte si fa fatica ad intuire il cantato). Se capre dobbiamo diventare per apprezzarlo, beh, chiamateci Sgarbi.

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