• mar
    04
    2014

Album

La Tempesta Dischi

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Con Costellazioni Vasco Brondi ci tira per la giacchetta, raccoglie le critiche di “immobilità stilistica” che gli sono piovute addosso ai tempi del secondo disco e ci spiattella in faccia la sua voglia di fare musica, imponendoci peraltro un giudizio netto. Lo fa rischiando in prima persona e confezionando un lavoro intrigante e suicida al tempo stesso, tanto che i delatori più talebani si divertiranno un mondo a impallinarlo senza pietà. Un errore, a nostro avviso. Perché se è vero che Costellazioni non è un disco perfetto, è vero anche che Brondi non è mai stato tanto musicista come in questo album, con tutti gli annessi e connessi del caso. L’idea che ci si fa alla fine dei quindici brani in scaletta (forse troppi, considerata la qualità di alcuni) è che il Vasco nazionale dell’indie nostrano abbia margine per uscire da quel format stilistico che tutti conosciamo, e questa è una buona notizia.

Fedele compagno del Brondi di Costellazioni è un suono furbescamente evocativo, grasso e in molti casi sognante a base di synth e timbri avvolgenti, che soprattutto negli episodi iniziali – a nostro avviso, tra i migliori del lotto – “vitaminizza” i testi a ruota libera del musicista ferrarese con un mood ad uso e consumo dei fan. Eppure ci pare che non sia quello lo scopo principale delle scelte stilistiche, quanto piuttosto dar vita a una forma canzone per certi versi inedita, abbastanza malleabile da adattarsi all’occorrenza, in qualche caso coraggiosamente confusionaria. Si parla di una confusione che nasconde una buona vitalità, sia chiaro, in bilico tra amori giovanili (i CCCP più post-punk-wave che fanno capolino in Ti vendi bene), citazioni trasversali (la spoken word in stile Massimo Volume della vaporosa e malinconica Macbeth nella notte), evoluzioni naturali di uno stile riconoscibile (la vendittiana/brondiana Le ragazze stanno bene).

Per buona parte dell’album il titolare riesce a fare quello che raramente gli è riuscito in passato, ovvero lavorare di sintesi con le parole per privilegiare l’aspetto musicale; tant’è che quando non va in questa direzione – la prescindibile Una cosa spirituale – o quando, al contrario, si lascia troppo andare inseguendo ipotetiche esplorazioni pop – la pseudo jovanottiana Questo scontro tranquillo, sinceramente nemmeno passabile -, i risultati non sono all’altezza. Brondi funziona “in mezzo”, ovvero quando trova un corrispondente musicale capace di lavorare in simbiosi col suo cut up, come nella springsteeniana – altezza Streets Of PhiladelphiaPunk Sentimentale, nella minimale 40 km o nel folk popolare di Blues del Delta del Pò.

Popolare, appunto, come poi è sempre stata – anche orgogliosamente, da un certo punto di vista – la canzone brondiana: in questo disco, a ribadirne la natura pensa un approccio che, tolti tutti i colori degli strumenti, rimane in qualche maniera “punk” e poco attento all’ortodossia. Piaccia o non piaccia, anche in Costellazioni la musica de Le luci della centrale elettrica resta qualcosa da spendere in ascolti individuali, sede privilegiata di una catarsi (o di un odio feroce, a seconda) che ognuno plasmerà a propria immagine e somiglianza. Per quanto ci riguarda, un convinto pollice in alto, pur senza certe tempeste ormonali da teenager in fissa.

13 marzo 2014
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