• nov
    01
    2010

Album

La Tempesta Dischi

Add to Flipboard Magazine.

Recensire il secondo disco di Vasco Brondi è un po' come giocare alla roulette russa. Con il revolver puntato alla tempia e il colpo in canna. E non tanto per un discorso legato al giudizio sulla qualità effettiva dell'opera, quanto per quello che il Brondi-pensiero rappresenta per una buona fetta di ascoltatori. Specchio di una generazione, oltre che modello musicale di riferimento, abbastanza diretto e disperato da assurgere al ruolo di vera e propria icona con tutti i pro e i contro del caso. Tra questi ultimi, un'aura da intoccabile cucitagli addosso da un seguito fin troppo acritico con il proprio paladino in virtù di un'onestà artistica evidente ma, a nostro avviso, ancora tutta da formare.

E' un intercettare involontario il momento storico, l'arte del Brondi, unito alla capacità di scrivere testi “universali”, frammentari, comunque profondi, in linea con la velocità di assimilazione che richiede il nuovo millennio. Con la chitarra acustica al centro e brani da un paio di accordi a fare da cavallo di Troia. Come se si unisse l'immediatezza DIY del punk – con tutto il meccanismo di identificazione che ne deriva – alla profondità della canzone d'autore, in una convergenza tra il pubblico giovanile e quella critica “adulta” che non ha esitato un attimo a gratificarlo, la scorsa stagione, col Premio Tenco.

In Per ora noi la chiameremo felicità Brondi scrive per loro. Non per chi non lo conosce ancora, non per far cambiare opinione a chi lo ha già catalogato come un "difetto" del sistema indie e nemmeno per dimostrare di aver compiuto un percorso. Soltanto per ritrovare quell'unità di intenti che aveva reso il suo esordio un caso discografico e i suoi concerti degli happening in pieno stile. Tanto che non ci si muove di un millimetro dall'approccio di Canzoni da spiaggia deturpata, replicando estetica, forma e immaginario. Stesso stile, stessa poetica e soprattutto nessun accenno a tematiche inedite o a cambi di direzione. Nella pratica, tutto si riduce al solito cut up che trita paesaggi urbani e storie lungo i bordi, legate a filo doppio ad una sfera individuale claustrofobica, omnicomprensiva ma, in qualche caso, anche fin troppo vaga. Dal fiume in piena si salvano due o tre brani particolarmente riusciti (Quando tornerai dall'estero, Una guerra fredda, L'amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici) e gli arrangiamenti, questi ultimi giocati su una musica “atmosferica”, stratificata e più varia rispetto al passato, frutto del buon lavoro di Giorgio Canali, Stefano Pilia, Rodrigo D'Erasmo e Enrico Gabrielli.

Per una continuità che rasenta il vicolo cieco. Anche perchè le scritte sui muri, le case inagibili o le polveri sottili che rendevano riconoscibile il Brondi degli inizi guadagnano qui un'immobilità quasi dannosa, come se consolidare significasse ripetersi ad libitum e non rielaborare un esordio a cui si perdonava molto in virtù di una vis comunicativa enorme. E che almeno possedeva “inni generazionali” come Per combattere l'acne.

8 novembre 2010
Leggi tutto
Precedente
Owen Pallett – A Swedish Love Story EP Owen Pallett – A Swedish Love Story EP
Successivo
Admiral Radley – I Heart California Admiral Radley – I Heart California

album

artista

Altre notizie suggerite