• mar
    03
    2017

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La Tempesta Dischi

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Certo è affascinante come Vasco Brondi, pioniere della riscoperta del cantautorato italiano, sia forse il meno catalogabile, il più borderline del nutrito gruppo revival. Non ha un vero e proprio stile cantautorale, non sembra essere ricollegabile a nessuno dei padri fondatori, non ha la tecnica né chitarristica né vocale di molti di essi… Le Luci della centrale elettrica è un progetto fin troppo provinciale (non necessariamente in senso negativo) per essere immagine di una rinascita su scala nazional(popolar)e. Fin da Canzoni da Spiaggia Deturpata, passando per Per Ora noi la chiameremo felicità e Costellazioni, il cantautore ferrarese si è aggrappato alla (sua) terra, ha parlato dei suoi moti d’animo, ha emozionato qualcuno perché le sue storie di ordinaria vita provinciale sono un po’ le storie di un Paese intero. Brondi – e ce l’ha confermato con la sua collaborazione alla hit estiva L’estate addosso – è sempre stato una sorta di Jovanotti più serio, con la logorrea come cifra caratteristica e tematiche in bilico tra amori giovanili e disagio adolescenziale.

Ma Le luci della centrale elettrica sono anche altro. La dinamica, almeno per quanto riguarda gli intenti, è quella di provare a fare esplodere questi processi pseudo-cantautorali attraverso la grande tradizione (post)punk emiliana: CCCP, CSI, Giorgio Canali su tutti, ma anche, lo spoken word dei Massimo Volume o Offlaga Disco Pax. Inutile è altresì negare come, a differenza dei sopracitati, l’esposizione mediatica del Nostro sia alle stelle e ne influenzi inevitabilmente il cammino artistico. Come salvarsi da tutto ciò e rimanere onesti verso la propria Musa? Una risposta ci è già arrivata con Costellazioni, album lungo e complesso che, come suggeriva il titolo stesso, spostava l’attenzione e la visuale dal quotidiano/immediato all’universale. Vasco non era solo cresciuto da un punto di vista tematico (malgrado le referenze esplicite, Blues del delta del Po’, Punk Sentimentale sono brani gradevoli), ma soprattutto da quello musicale: l’urgenza punk si era imbellita in arrangiamenti più complessi e, persino, dinamiche vocali più strutturate. Era inevitabile, dunque, che il quarto album, Terra, fosse un decisivo ponte verso la musica e la forma canzone più tradizionale. Dal punto di vista narrativo, l’album riposiziona la prospettiva nella terra, intesa come sistema geografico, come luogo da esplorare in un viaggio fisico e spirituale che parta dal Veneto e, passando per i Balcani, l’Africa e il Medio e il Lontano Oriente, arrivi nei meandri del world wide web. La musica in Terra è didascalicamente in balia delle tematiche. Sebbene sia interessante notare la svolta verso ritmi più consci, modulazioni vocali e l’utilizzo di un intero spettro sonoro per creare gli arrangiamenti (Federico Dragogna dietro il mixer), Terra si serve (a tratti soccombe) del suo stesso concept: Qui e Coprifuoco sono brani d’ispirazione orientale e, in quanto tali, corredati da un arrangiamento da film romantico bollywoodiano con tanto di tabla indiana; Stelle Marine e Nel Profondo Veneto sono mantra ossessivi, che quasi ricordano band etno-combat-rock come Mau Mau, Radio Dervish, Yo Yo Mundi; Iperconnessi è il folk urbano più tradizionale.

L’evoluzione della tecnica compositiva di Brondi è quanto mai interessante. Il cut-up isterico dei precedenti dischi è qui tenuto sotto controllo da una vera e propria news-feed di immagini che scorrono lungo lo schermo sonoro. C’è un buon lavoro (ancora da perfezionare) nel tentare di ridurre la logorrea allo stretto indispensabile, ma, soprattutto, ci sono brani in cui sembra che ci sia finalmente qualcosa di concreto da dire. Chakra, per esempio, è un brano d’amore estremamente tradizionale e, proprio per questo, suona finalmente sincero; Nel Profondo Veneto e Iperconnessi sono brani corali che raccontano di storie generazionali, di una ragazza che ritorna in provincia sconfitta, dopo aver toccato per un istante i propri sogni, o di una società schiava dell’ironia della rete.

Questo passaggio dal tweet alla news-feed, questa incarnazione dello spaesamento collettivo in quadri linguistici e frammentari più che in slogan pubblicitari (celebre l’inutile: «E invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare» di qualche anno fa, oltre ai vari generatori di frasi automatiche di Vasco Brondi) è un po’ l’emblema di un Le luci della centrale elettrica sempre più maturo. La società, gli ascoltatori, ma soprattutto l’artista stesso non sono più gli stessi di Canzoni da Spiaggia Deturpata. Nessuno di essi preferisce auto-compiacersi in balia delle proprie tempeste ormonali. Oggi Vasco Brondi è un musicista orgogliosamente pop(olare) e la sua musica subisce le inevitabili conseguenze. Ci auguriamo che l’ascoltatore, sia esso il fan snob di vecchia data o il newbie, ne sia consapevole ma, soprattutto, che l’artista rimanga fedele e onori questa prospettiva.

9 Marzo 2017
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Le luci della centrale elettrica

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Per ora noi la chiameremo felicità

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