Recensioni

7.3

Noto dalle sue parti come resident del festival “ambient rave” Freerotation, evento a numero chiuso (600 persone) solo su invito che ogni estate si tiene in uno sperduto Hotel dell’Herefordshire, Leif Knowles è attivo dai primi 00s con un passato di produzioni tanto in campo minimal quanto all’interno di un variegato parco di bass sound.

Loom Dream segue a distanza di 4 anni il “meditativo e immersivo” secondo lavoro Taraxacum ma rappresenta di fatto il primo ambient album tout court. Il disco è stato accompagnato da una sorta di videogame interattivo creato da Joseph Pleass e Alex McCullough che permette agli utenti di navigare tra le descrizioni tecniche delle piante a cui è dedicata ciascuna della tracce in scaletta, ovvero Achillea, BorragineMyrtus, Mimosa, Rosa e Peridio. E queste sei composizioni – proposte nella forma di due suite di 17 minuti – propongono un effervescente mix di field recording e ritmiche tribali (come astrattamente nipponiche) unite a calde pennellate ai synth e vivaci contrappunti ai pad ottenuti campionando e manipolando voci e altre sorgenti.

È un lavoro, visivo, estivo, attento ai cromatismi, questo Loom Dream, e scorre placido senza annoiare mai: a tenere viva l’attenzione pensano oculati riverberi e una molteplicità di morbidi incastri. L’iniziale Yarrow potrebbe suonare come i Visible Cloaks in versione ambient house (pensate ai primissimi Orb ma non al loro sarcasmo), Borage richiama la magia e la maestosità delle foreste nere di Gas dal portale di possibili quarti mondi, Myrtus è un tuffo ambient folktronico attraverso le stesse scintillanti estetiche world che anni fa avevano stregato gli HiM di Doug Scharin. Si viaggia ai confini con la new age, perché no, evitando però compiacimenti e brodose soluzioni estatiche, anzi prestando attenzione ai dettagli, prediligendo trame ricche di eleganti stratificazioni e tattili timbriche, ad ogni livello, in un continuo movimento di volte e volute.

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