• Feb
    08
    2019

Album

Fire Records

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Come se avesse il cervello spaccato a metà, e una parte fosse completamente andata. A pensar male si fa peccato, si dice, eppure questo viene in mente ascoltando l’ultima fatica dei Lemonheads di Evan Dando. Il cervello spaccato a metà è ovviamente il suo, unico elemento fisso di una formazione che nei suoi trenta e passa anni di attività ha visto avvicendarsi moltissimi elementi. Il cervello spaccato a metà forse per la vita dissoluta condotta sta a simboleggiare quello che – diciamoci la verità – ai Lemonheads è sempre mancato: il quid, quel qualcosa in più per fare il grande passo. Quel qualcosa che pare essere di volta in volta il carisma o il coraggio o il genio. Fate voi, ma di sicuro è qualcosa che si trova nel cervello, dove dovrebbe essere generato il processo creativo. Processo creativo che Dando vive solo a metà, se una fetta importante del suo percorso è consistita nel rifare brani altrui (e infatti questo è il seguito di un altro disco di cover).

L’altra parte del cervello, invece, è quella fatta di semplicità e buon gusto: è indubbio infatti come Evan Dando, in gran parte della sua carriera, abbia dimostrato di trovarsi meglio come interprete che come autore (qualcuno ha detto Mrs Robinson?) e che i suoi ascolti siano più che ottimi. Qui dentro troviamo infatti cover di Nick Cave (Straight To You), Bevis Frond (Old Man Blank), Lucinda Williams (Abandoned), gli spassosi e misconosciuti Natural Child di Now And Then. Tutte interpretate nella giusta maniera, senza mai strafare o sconvolgere: si sente che Dando si è divertito a suonarle e registrarle. E vengono allora in mente due cose.

La prima: Evan Dando è talmente fuori dal contesto, talmente perdente nel suo continuare con la stessa formula di sempre da essere terribilmente tenero e simpatico. Gli vuoi bene e gli perdoni tutto, e questo alleggerisce l’ascolto del disco, lo priva di quell’ansia classificatoria o nuovista o perfezionista che di solito rappresenta la sovrastruttura degli album di oggi. La seconda: questa mancanza di sovrastruttura rende questa raccolta di brani altrui godibile, leggera come acqua. Se esiste una categoria per i dischi inutili, quelli che nulla aggiungono ma che si fanno comunque piacere, allora Varshons 2 vi appartiene di diritto. Perché magari non stimoleranno chissà quali riflessioni sul futuro della musica, ma queste canzoni rifatte in chiave a volte folk-rock, a volte indie, a volte punk o noise o reggae (Unfamiliar), sono un piacevolissimo passatempo. A volte c’è bisogno di essere rassicurati, anche solo da un cervello a metà. Per l’altra parte, rivolgersi altrove.

8 Febbraio 2019
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