Recensioni

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A quattro anni dalla sua ultima fatica in studio, il prescindibile Strut, Lenny Kravitz ci riprova. Ora, non è il caso di sottilizzare sulle pur numerose pecche di questa sua ennesima sortita, quel che conta è che – tutto sommato – un suo nuovo disco nel 2018 non è l’origine di tutti i mali, come dimostra questo Raise Vibration. Se ne potrebbe fare a meno, intendiamoci, ma chi ha sempre apprezzato il rocker statunitense e non chiede nulla di più di un ascolto senza scossoni, troverà in questo lavoro le solite, giuste, rassicuranti…vibrazioni.

La formula è la consueta – nel caso di Kravitz – miscela di rock ‘n’ roll, funk, blues e soul ben confezionata da uno che in quanto a mestiere non ha certo bisogno di lezioni. Il tutto impregnato – e neppure questa è una novità – di bellicosi quanto teneri, e anzi quasi comici ai limiti dello slapstick, propositi di denuncia sociale contro il razzismo montante nella società odierna («Non ne posso più del razzismo e del fatto che le persone di colore vengano trattate in modo diverso e addirittura uccise», ha detto il Nostro in una recente intervista), di antimilitarismo («Non ne posso più della guerra»), di ambientalismo («Non ne posso più della distruzione del nostro ambiente naturale») e di verve umanista/universalista (il testo di Here To Love, brano musicalmente eltonjohniano come pochi).

Insomma pare volercele cantare, il buon Lenny, e anche l’ora e passa di durata del suo sermone somiglia a una dichiarazione d’intenti in tempi in cui la maggior parte dei dischi di nuova uscita durano sì e no la metà. Tuttavia qualche spunto interessante lo si coglie. E tra momenti più o meno riusciti si scova pure qualche passaggio di estrema raffinatezza (Low, Johnny Cash, The Majesty Of Love), a dimostrazione che la classe, per chi come lui ne è dotato, è solo questione di memoria e allenamento. Non a caso lo chiamavano il nuovo Prince.

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