Recensioni

7.2

Perdono una chitarra per strada, accorciano la durata media, incupiscono e aumentano se possibile la densità specifica del proprio sound i romani Lento per giungere, al traguardo del quarto disco, ad una via estremamente personale al post-metal. Che non viva cioè di semplicistiche reminiscenze Isis/Neurosis o Ufomammut per rimanere a casa nostra, che eviti le secche di un vuoto/pieno ormai largamente risaputo, che scontorni le composizioni creando di continuo curve a gomito e sbilanciamenti stilistici che arricchiscono il tutto con inserti “altri”.

Questo in buona sostanza il ritorno sulle scene dei Lento ad un anno di distanza da Icon. Il suggello al rapporto con la Denovali riparte proprio dal disco precedente e ne acuisce i momenti più duri (A Necessary Leap che svisa su territori quasi black) ma nello stesso tempo ne screzia il portato mostrando una band capace di maneggiare la materia come poche quando si tratta di spingere sull’acceleratore, ma anche di avventurarsi in composizioni più strutturate, varie ed elaborate.

Da un lato, l’armamentario di genere viene fuso in continuazione tra catarsi chitarristiche Isisiane (The Roof), svarioni -core (la title track, Blind Idiot God), sfasature ritmiche a dissolvere ascensioni math e celestiali aperture metal (Underbelly) e post-core progressivo (Death Must Be The Place); dall’altro il continuo rifrangersi della materia heavy approda di volta in volta su lidi da collasso ambient-pulviscolare (Inwards Disclosure), oscura quiete aliena (Blackness), black-metal “angelico” alla Wolves In The Throne Room (Questions And Answers) o alla conclusiva mini-suite My Utmost For His Highest, esempio e summa della capacità del quartetto romano di elaborare trame screziate e varie senza perdere un grammo in pesantezza noisy. Dimostrando, per l’ennesima volta, di essere uno dei gruppi di punta dell’odierna trimurti “pesante” italiana in compagnia di The Secret e Ufomammut. Roba da esportazione che ci invidiano un po’ ovunque.

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