• giu
    15
    2018

Album

Ninja Tune

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Abbandonata l’house piena di delicatezza e sentimento del precedente Rojus (Designed To Dance) – uno dei migliori dischi in questo campo pubblicati nel 2016 – il producer britannico Leon Vynehall si cimenta, a sorpresa, con un lavoro più concettuale e ambizioso. L’album – recita la press release – scava nella memoria delle vicende familiari dei nonni, emigrati a New York negli anni ’60 dal Sud Est del Regno Unito via mare, attraverso un lungo viaggio durato sette giorni, da Southampton a Brooklyn. Storie venute alla luce solo quattro anni fa, dopo la scomparsa del nonno. Da qui la divisione della tracklist in capitoli funzionali allo sviluppo narrativo delle vicende raccontate attraverso un impianto arrangiativo che rinuncia (quasi) completamente alle dinamiche e alle fascinazioni da dancefloor – eccezion fatta per un segmento di English Oak (Chapter VII) – per esplorare le possibilità di un acquario sonoro fatto di ambient e minimalismo (lui tira in ballo Philip Glass e Terry Riley ma forse è più Steve Reich a venir omaggiato), smalti vintage/ambient jazz (Drinking It In Again) e certe atmosfere noir care al trip hop (Portishead).

I field recording e i bordoni sintetici di From The Sea/It Looms (Chapter I & II) in apertura riescono a immergere l’ascoltatore nelle acque attraversate dai nonni di Leon e, allo stesso tempo, a regalare una degna colonna sonora per afosi pomeriggi estivi. Fascino dal colore blu oltremare che si ripete in Movements (Chapter III), tra pulsioni dubby, arpeggi pianistici e suadenti evasioni al sax, riproposte anche nell’ambient balearica di Drinking It Again (Chapter IV). Il connubio tra concept e arrangiamento rimarca stretto nella vicenda in due parti raccontata in Trouble: la prima affidata a un agreste arpeggiatore (è un banjo?) e la seconda a sostituire le certezze con scuri droni vocali e un pulsare di basso a contrappunto di un generale saliscendi di tensioni sintetiche. C’è da dire che in alcuni episodi, il confine con l’esercizio formale sembra lì lì per essere varcato – Birds On The Tarmac (Footnote III), Ice Cream (Chapter VII) e It Breaks – ma sono peccati veniali all’interno di un’opera immaginifica e generosa, dal grande impatto visivo, tanto che gli short film e il racconto scritto dal producer che l’accompagnano non sono indispensabili per la sua fruizione.

Leon Vynehall è uno storyteller a cui non servono le parole per immergere il lettore/ascoltatore nelle impressionistiche vicende da lui raccontate. La sua è una prosa agile ma spessa, fatta di fini texture, avvolgenti groove e ritmi (molto) dilatati, strumenti per immaginare un mondo che si colora di nostalgie novecentesche senza farsene risucchiare (e qui a paragone con l’ambient jazz qui proposta viene in mente l’inserto delle parti di oboe del babbo di Joe Seaton nell’ultimo Call Super, Arpo), arrangiamenti/narrazione che sembrano prender vita dalle fumane dei tombini di New York per liberarsi in cielo.

20 Giugno 2018
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