Recensioni

7.3

Leonard Cohen mi è sempre apparso eterno, impossibile da scalfire, una creatura immortale plasmata dalla poesia. Anche quando, negli ultimi anni il volto si era fatto sempre più magro e scavato, le mani scheletriche e lunghissime parlavano da sole, come segnali dell’inevitabile tramonto; nonostante questo pareva assai difficile dover fargli pronunciare la parola fine, uno come lui che metteva la vita dentro ogni verso cantato. Eppure nel 2016 il bardo di Montreal se ne è andato, mentre il mondo, incollato davanti alla tv o allo schermo del telefonino, in un’atmosfera surreale e plumbea, viveva l’elezione di Donald Trump presidente degli Stati Uniti d’America.

Mi ha fatto uno strano effetto leggere le recenti dichiarazioni di Adam Cohen al quotidiano israeliano Yediot Aharonot in cui si metteva nero su bianco che “non ci saranno altri album dopo Thanks For The Dance, questo è tutto. Quando un grande artista muore si cerca ogni minimo frammento, scarabocchio da svendere al pubblico, non in questo caso, non ci sarà nient’altro”. Adam, musicista, produttore e figlio di Leonard Cohen, scomparso tre anni fa, ha così disegnato il punto a una storia lunga più di mezzo secolo. Una fine che però arriva giusta e regolatrice, tre anni dopo la morte fisica di quel codice d’onore, di quella voce redentrice, di quella saggezza epica che potevamo trovare dentro il fumo delle sigarette, nella cera per la scarpe.

Thanks For The Dance si configura come un’indagine devozionale ad opera della famiglia Cohen: il padre, il figlio, lo spirito santo. Perché se You Want It Darker era l’epitaffio perfetto, quelle contenute in questo nuovo e ultimo disco sembrano note e voci provenienti dall’aldilà, dirette e avvolte nella più sincera quiete di chi ha assaporato ogni giorno su questa terra, rivelandosi trinità laica avvolta dal mistero dell’amore.

Nell’album, masterizzato e modellato con amorevole cura da Adam, le voci che compongono le nove canzoni sono state tutte registrate durante le sessioni di You Want It Darker, anche se Adam non li ha ritenuti brani scartati o b sides. Piuttosto una continuazione, un ultimo soliloquio dell’anima quando il corpo è già altrove. Gli schizzi sonori che il padre aveva lasciato poco prima di morire sono diventate canzoni non solo grazie alla supervisione di Adam ma anche con l’aiuto di storici collaboratori dello stesso Cohen come Jennifer Warnes, Sharon Robinson e Javier Mas e di alcuni fan speciali come Beck, Daniel Lanois, Damien Rice, Leslie Feist, Bryce Dessner dei The National e Richard Reed Perry degli Arcade Fire che nel disco offrono ora una chitarra ora una voce in lontananza, rispettosi e consapevoli che alla fine questa può essere solo una storia di famiglia.

Se le lodi (o le critiche) per il risultato di un album postumo devono ovviamente essere rivolte in particolar modo a chi lo ha assemblato con un’attenzione filologica e linguistica dopo la morte dell’artista, in questo caso l’elogio più grande va rivolto ad Adam Cohen che con i suoi tocchi delicati ma netti ha messo in scena il più elegante e commovente addio mantenendo sempre quella voce inconfondibile al centro di tutta la narrazione. E in questo manufatto unico emerge un’eloquenza che ha del trascendentale, qualcosa che in cuffia diventa una confessione intima per cui la voce di Leonard Cohen sembra esattamente sussurrare al nostro orecchio, alla nostra persona.

L’apertura è affidata al piano lunatico di Happens To The Heart, una meditazione inappropriatamente modesta, sulla vita e sulla creatività che diviene il suo riconoscimento di uomo mortale, che mai avrebbe ceduto all’auto-canonizzazione; una contemplazione sonora in cui una chitarra flamenco e un piano timido costruiscono il brano attorno ai versi del cantautore come il ritornello di apertura, “Ho sempre lavorato in modo costante/ma non l’ho mai chiamato arte”. Il mormorio su Moving On sostenuto dal suono angelico dello scacciapensieri è il momento più elegiaco del disco, un omaggio all’amata e musa Marianne Ihlen che oscilla tra ballata tremolante e morbosa meditazione; è come se Cohen stesse comunicando con i fantasmi, consapevole di poterlo diventare presto, mosso dall’eccitazione, senza paura. The Night of Santiago è un po’ il fulcro del nuovo album, con la sua ardente reminiscenza di un legame di lunga data. Quella descritta da Cohen è una seduzione reciproca che vive di affetto, meraviglia e intelligenza e si muove tra semplici accordi di pianoforte e rigogliosi svolazzi di chitarra. Con It’s Torn, uno dei brani più oscuri, il baritono solenne del canadese investe una profonda linea di basso scheletrico fino a curvarsi in percussioni espanse e doloranti; queste spariscono soavi per lasciar spazio al maestoso spoken word di The Goal, una poesia del 2006, contenuta in Book Of Longing, diario di confessioni, che diventa qui un omaggio all’amore non corrisposto, alla celebrazione del desiderio, alla ricerca della religione. C’è tutto il senso della caducità in quei versi, sebbene ancora lontani, nel tempo e nello spazio, dalla fine. I tempi del disco sono lenti e maestosi, gli umori cupi, la voce di Cohen sembra ancora alle prese con la natura labirintica dell’amore e della lussuria. L’eleganza cinematografica di The Hills si sviluppa sinuosa, incorporando corni, batteria e voci angeliche mentre il finale, qui ancor più definitivo, si scioglie in Listen to the Hummingbird, essenzialmente un poema musicale, effimero e rivelatore: il piano ovattato sembra far pace con la vita mentre la meditativa bellezza di queste quattro stanze tocca nel profondo l’intera discografia del troubadour di Montreal. L’audio del brano non è altro che la registrazione non rielaborata dei versi recitati da Cohen durante la conferenza stampa di You Want It Darker, attorno alla quale è stata poi costruita una melodia di piano delicata e discreta. Il colibrì del titolo disegna un finale squisito che pare impossibile ascoltare senza volgere il pensiero a quel Bird On The Wire, primitivo simbolo di libertà e poesia.

Il senso di conforto musicalmente creato da Adam attraverso arrangiamenti semplici e scarni, molto vicini ai lavori di fine anni sessanta e inizio settanta del padre, è il comprensibile approccio di un figlio che deve muoversi in un territorio tanto conosciuto quanto a lui impossibile da reinventare. Niente in questo caloroso abbraccio compromette l’ascolto, non poteva che farsi altrimenti. Nove brani, nove gemme liturgiche di ingegno meditativo e sincera serenità che vivono nell’inimitabile baritono del paroliere poeta più indipendente e infinito. Che mentre canta sembra far scomparire anche lo sforzo e il dolore della malattia, in questo valzer delle fatalità e della vita.

È interessante come tutto ruoti attorno alla danza, la danza del corpo che si trasforma in puro spirito, la danza che compiono i versi di Cohen, le parole che ritornano – così familiari così soavi – nel grande dizionario dell’amore. Fino a quando la buona salute gli permetteva di fare concerti e tour mondiali, Cohen era solito darsi al pubblico anche per tre ore filate. E nell’ultimo periodo aveva preso l’abitudine di chiudere tutti i concerti, e sì, anche il gran finale, memorabile ad Auckland nel 2013, con un pezzo di altri. Un brano scritto nel 1960 e reso famoso dai Drifters di Ben E. King. Una canzone che abbraccia e volteggia, e che Cohen cantava con gioia fanciullesca, muovendo il corpo a tempo e saltellando via, verso le quinte. Quel pezzo era Save The Last Dance For Me. Una promessa, un desiderio. Leonard Cohen ha sempre saputo tutto, anche quale fosse il modo migliore per salutarci. Quando non eravamo ancora pronti, quando quel senso di infinito ancora avvolgeva la sua musica. Ma adesso, con questo ultimo passo di danza, il punto sta per essere posto e la puntina sta per alzarsi segnando un distacco definitivo, portando con sé tutte le crepe, tutte le rinascite, tutta la luce.

So long, Leonard.

 

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