Recensioni

8

Quando compirà quarant’anni il prossimo anno, Mark Bell potrà vantare un curriculum invidiabile. Non solo è stato il produttore di Björk per Homogenic e dei Depeche Mode per Exciter, ma è anche l’autore di un classico indiscusso dell’electro europea: quel Frequencies oggi ristampato per la prima volta in doppio vinile dall’etichetta per la quale è uscito all’epoca, Warp Records.

Diviso tra numeri da club e quelle aperture all’ascolto da sofà che faranno la fortuna della label britannica, l’opera prima degli LFO è un catalizzatore perfetto delle correnti di quel magmatico periodo; l’ideale antesignano electro di tutta una genìa di musicisti che si giocheranno la carriera nell’IDM, ma anche la pietra d’angolo di un’Inghilterra che finalmente può dirsi emancipata in ambito techno e in grado di produrre varianti importanti rispetto ai modelli americani. Dai Sabres Of Paradise di un giovane Andrew Weatherall all’Aphex Twin di On, fino alle derive più celebrali e haunted psych di Autechre e Boards Of Canada, tutti (e tanti altri ancora) debbono qualcosa a queste tracce.

Techno soprattutto ma anche house (You Have To Understand, Love Is The Message) queste le fondamenta dello sci-fi targato LFO. Roba da scienziati aereospaziali più che da futuristi innamorati della tecnica e perciò niente fischietti rave ma ponti con il purismo industrial, ebm e synth pop, un sound che diventa a sua volta impermeabile alla broda balearica da cui tutta la dance europea aveva preso l’abbrivio tre anni prima.

E’ un giovanissimo Bell quello che incide il pezzo bomba LFO determinando così l’inizio della storia. Lo butta giù a diciassette anni e da bravo appassionato di rap e macchine sintetiche, stima tantissimo chi nell’hip hop ama la componente creativa e di rottura. Nightmare On Wax è il faro del caso, un George Evelyn che traffica un misto di techno Detroit e ritmi brekkati dando il la al cosiddetto Northern Bleep. Giusto qualche mese dopo viene forgiata la Bleep and Bass, stile basato sui blip appunto, ma anche sui test-tone e soprattutto sulle frequenze che fanno tremare i vetri del club.

Il nome del progetto, Low Frequencies Oscillator, viene da qui ma Bell lascia presto i nerdismi agli alfieri più impavidi della scena, i Sweet Exorcist del Cabaret Voltaire Richard H Kirk e Dj Parrot e i Tricky Disco, preferendogli una personale idea di spazio e ritmo, bypassando così anche le manie computazionali (i suonini da pigiamento di tasti della calcolatrice) che impazzano in quel periodo (Forgemasters). Frequencies è un lavoro di grande maturità che soltanto dieci anni più tardi verrà affiancato – per portata generazionale e lungimiranza – proprio alle produzioni dei Cabaret Voltaire, ovvero al lato più electro del post-punk. Verità.

Gli LFO, ovvero, Mark Bell che componeva, Gez Varley che promuoveva e Martin William che, agli esordi, dava dritte (e suonava il singolone ad ogni serata) sono l’ideale snodo di tante storie a venire: la prima di queste è al Warehouse di Leeds con i due label owner della Warp a rimanere stregati da LFO, l’altra, di mesi prima, è la copia del tape che nella mani di Nightmares on Wax diventa un inno underground nazionale.

Nel luglio del 1990 LFO è al 12 posto in classifica in UK e Frequencies bisserà l’anno successivo con il 42° posto in zona long playing. Pochi mesi prima viene pubblicata la bomba minore We Are Back anch’essa parte dell’esordio assieme ad altre vette: l’acid già idmmata di Intro, una Simon From Sydney che getterà un ponte con gli Orbital e darà un assist fondamentale agli Autechre e, infine, un altro capolavoro sul versante sci-fi come Think A Moment. Senza contare l’importanza che avranno le soluzioni di Nurture per i Mouse On Mars o la chicca delle chicche Mentok 1, forse il pezzo più duro e laboratoriale (hip hop, Chicago, Derrick May).

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette