• Ago
    25
    2017

Album

Mute, Pias

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E così i Liars tornano a casa. Non nel senso musicale del termine, ma biografico – e dunque, di conseguenza, anche musicale – visto che la reductio attuata alla fine delle registrazioni di Theme From Crying Fountain con l’abbandono apparentemente improvviso di Aaron Hempmill, porta in dote l’intera esperienza ormai sulle spalle del solo Angus Andrew, novello sposo abbandonato all’altare come da immagine di copertina e rifugiatosi nella natia Australia, quasi costretto a confrontarsi con se stesso per completare questo disco.

Disco insomma che si presenta per lo meno particolare, viste queste premesse, e che veramente particolare, all’interno di una tra le discografie più irregolari di sempre, lo è. Niente witch-rock, niente tribalismo magnetico, niente art-wave deforme, niente post-punk abrasivo, e si potrebbe continuare all’infinito viste le tante e tali vesti che i Liars hanno assunto di disco in disco. In questo TFCF troviamo groove e desolazione, beat smostrati e indolente disillusione, elettronica sfatta e tantissima solitudine, con l’aggiunta addirittura di chitarre acustiche (il folk di No Help Pamphlet sembra una brutta versione degli Eyeless In Gaza) e, per quanto free-form in partenza, tante canzoni bell’e fatte. Una maniera per riequilibrare il tutto, appoggiandosi anche a quell’ambiente circostante, totalmente isolato dal resto del mondo, qual è il “bush” australiano in cui Angus si è ritirato per registrare le sue canzoni, ma anche quell’ambiente esterno che vive e rivive all’interno del disco senza essere propriamente esposto in modalità field recordings.

Tutto bello e tutto giusto, peccato che la scintilla non scatti, che le intenzioni rimangano tali, o per lo meno non si sviluppino coerentemente al punto da segnare uno di quegli scarti “a gomito” a cui i Liars ci hanno abituati. TFCF sembra in definitiva una guida cieca, un percorso autoreferenziale alla ricerca di un nuovo se stesso – parliamo al singolare, tanto ormai dall’amarezza delle parole di Angus è difficile auspicare un ripensamento –, un cercare di mettere a fuoco certe intuizioni (le medievaleggiante Cliche Suite, l’8 bit beckiano di Cred Woes, il pachinko noise di Coins In My Caged Fist e poco altro) che risollevino il proprio autore da quello che è a tutti gli effetti un brutto colpo («I felt like I was married to Aaron creatively, and now that he is gone I am alone in my wedding dress»).

In definitiva, TFCF è il tentativo comprensibile ma fallito in pieno, di esorcizzare le proprie paure, la frustrazione per un nuovo inizio, il distacco da una parte di sé, e non si può non rimanere con la speranza di un nuovo, più sostanzioso percorso.

30 Agosto 2017
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