Recensioni

Esce un nuovo disco dei Liars, e viene da domandarsi: qual è la strategia di comunicazione, quale il posizionamento? Sisterword era un concept album concertato sia per contenuto che per espressione, e “Wish you”, pronuncia della sigla palindromica – ed estremamente più ricca di connotazioni – WIXIW (ascoltabile in toto qui), non può prescindere da una scelta precisa. I Liars non hanno mai comunicato nulla a caso. Hanno sempre lavorato attivamente nel confezionare un’immagine.
Pare che sia questa la volta del rapporto con la tecnologia musicale e l’artigianato della realizzazione di un disco. Tutto concorre, anche l’aneddotica, se è vero come è vero che i nostri si sono chiusi – isolati anche fisicamente, in un rustico tra i monti – dapprima per creare, provare strumenti mai usati prima, poi spostati a Los Angeles per registrare. Come a dire, layer spaziale: on. Ne emerge un intreccio di soluzioni basiche e scavi nella tecnologia per vincere la battaglia con essa (a detta di Angus, nelle dichiarazioni di mezzo mondo, ma anche nel minivideo di presentazione del disco). Guardate al minuto 0:50 la mossa di tagliare la gomma del diffusore acustico. È un topos nel topos, siamo chiusi in un posto, lavoriamo duro insieme (qualcuno laggiù ha detto Metal Box?) e sperimentiamo provando e riprovando ogni mossa.
L’accessibilità – WIXIW lo è in misura più alta di qualsiasi altro disco dei Liars – è passata dall’essere un’urgenza (vedi il self-titled) un risultato, forse maturato negli anni e nella penna, e nella consapevolezza del fatto che l’orecchio di oggi non ha più bisogno di riconoscere lo strumento (leggi: le chitarre) ma di capire chiaramente che si è – oppure no – in una canzone (III Valley Prodigies, dove Angus dà una lezione a Thom Yorke sul suo stesso campo). Da un lato i Liars sono sempre più un incrocio col senno del dopo di Wire e PiL, e in genere appaiono come il geniale proseguimento delle intuizioni inglesi dei primi Ottanta (No.1 Against The Rush), dall’altro sempre più vicini (ma enormemente più sanguigni e oscuri) ai soliti Radiohead appaganti per il mainstream. Diamo il primo ascolto e sentiamo un disco di mestiere, ci immaginiamo i titoli dei giornali, e l’incoronamento di re dell’innovazione trasudati dal sottobosco alle charts radiofoniche. È solo un sospetto, perché di diverso da chi ha battuto le stesse strade i Liars hanno almeno due cose, ossia un immenso talento e la capacità di far cortocircuitare l’attenzione al contesto di ricezione e l’auto-osservazione costante. “Dentro-fuori, dentro-fuori, come un delfino con l’acqua”.
Quel titolo palindromo è uno specchio con la variabile del tempo. E in effetti è come guardare Drum's Not Dead dopo 6 anni, e vedere che è successo. Più indietro ancora, un modo per voltarsi indietro, pensare a Mr. You’re On Fire Mr., al livello altissimo e alla costante trasformazione che questa band ha garantito negli ultimi dieci anni. I Liars ci mettono sul tavolo davanti agli occhi un foglio, e non esitiamo un secondo prima di sottoscrivere che conteremo ancora a lungo su questi bugiardi in continuo movimento.
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