Recensioni

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Pluto e Baby Pluto, rispettivamente Future e Lil Uzi Vert, maestro e apprendista. Il primo che sembra definitivamente perso in una coltre di stanchezza e automatismi da pilota automatico inserito (vedi High Off Life), il secondo reduce da un sophomore (Eternal Atake) che aveva riconfermato tutti i dubbi sulla sua consistenza. Vert non accenna a fermarsi, e dopo un mixtape con Gucci Mane (1017 vs The World) prova a scuotere dalla naftalina il suo mentore con un album collaborativo che nelle intenzioni dovrebbe portare una ventata di fresco ripiglio nelle carriere di entrambi ma ci riesce solo a metà.

Va meglio che nei rispettivi ultimi album, sia chiaro. Il fatto di alternarsi al mix da modo a Future di centellinare le energie quanto può, e a Lil Uzi Vert di mascherare le sue numerose lacune. Certo è che il secondo va decisamente meglio quando si butta sul versante melodico anziché rappato. In scaletta troviamo qualche buon singolo e parecchi riempitivi: ci si imbatte in melodie interessanti in Sleeping on the Floor ma prontamente affossate da un ritornello svogliatissimo di Future, che come al solito sembra rompersi le palle la maggior parte del tempo, salvo un paio di colpi efficaci messi a segno. Anche il primo singolo (con video firmato Hype Williams) That’s It si difende bene, poi però si incontrano diverse sciatte b-side da Eternal Atake (vedi She Never Been to Pluto) e pure testi abbastanza desolanti. È il caso ad esempio di Bought a Bad Bitch, dove si rappa di questa signorina a cui il narratore ha pagato qualche intervento di chirurgia plastica e su cui quindi può vantare qualche non meglio specificato diritto. Meglio passare oltre. Va un pochino meglio in divertissement di puro edonismo cartoonesco come Marni on Me, dove sostanzialmente si parla di questo bottone che se premuto dà esattamente quello che si vuole. Poca roba ma simpatica, ma anche qui il ritornello suona pigro e tediante.  

Insomma qualche episodio salvabile c’è, ma spalmato su una scaletta di 16 pezzi tutti sostanzialmente interscambiabili (siamo alle solite) si finisce con la noia che spadroneggia suprema. Resta interessante e lodevole l’idea di apparecchiare questa sorta di caotico milkshake produttivo in cui convivono astri nascenti come il Lukrative di turno con la crème da blockbuster della scena di Atlanta, da Zaytoven a London on da Track. Troviamo qualche eco arcade nei rimasugli vagamente 8-bit di Stripes Like Burberry e She Never Been to Pluto, un po’ di languide chitarrine blandamente funky in Drankin N Smokin, qualche synth eerie e memore delle tentazioni space-trap ancora di Eternal Atake, poco altro. Disastro? No. Buono? Mah. Fondamentale? Assolutamente no. 

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