Recensioni

In una sequenza de L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, il nuovo film di Sydney Sibilia distribuito da Netflix, l’ingegnere Giorgio Rosa (Elio Germano) e l’amico d’infanzia Maurizio (Leonardo Lidi) stanno discutendo con un’imbarcazione della capitaneria di porto, sospettosa della trivella che i due hanno appena installato sulla piattaforma – che diventerà l’Isola – per cercare l’acqua potabile. Il funzionario della capitaneria avverte che è vietato occupare illegalmente l’etere italiano e questo perchè ha scambiato la trivella per un’antenna radio; tralasciando il fatto che la piattaforma risiede in acque internazionali, essendo stata costruita al di fuori della giurisdizione italiana, Giorgio tranquillizza il suo interlocutore ribadendo con forza che la trivella non rappresenta assolutamente una stazione radio e che, in ogni caso, lo Stato indipendente dell’Isola delle Rose non è stato progettato per trasmettere.

Leonardo Lidi, Elio Germano. Still da “L’Incredibile storia dell’Isola delle Rose” (2020). Regia: Sydney Sibilia. Cr. SIMONE FLORENA/NETFLIX © 2020

Già dal trailer di lancio si intuiva che per questa sua “seconda” fatica lo sguardo pop di Sibilia non era stato rivolto alle grandi produzioni statunitensi, come nel caso dell’ormai imprescindibile trilogia di Smetto quando voglio (Smetto quando voglio, SQV: Masterclass e SQV: Ad Honorem). Se per la banda dei ricercatori universitari si sprecavano gli spassosi collegamenti in versione parodica alla serie Breaking Bad o alla saga di Ocean’s Eleven (e tanti altri), ad essere stato scelto come scheletro per la sceneggiatura (co-scritta anche questa volta da Francesca Maniero) de L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è stato il cult I Love Radio Rock (2009), scritto e diretto da uno dei grandi re della commedia inglese Richard Curtis. La sopracitata sequenza è lì a dimostrarlo pur essendo un modo ironico, perchè volutamente maldestro, di sviare qualsiasi dubbio nello spettatore. 

Pochissime opere contemporanee hanno trattato la rivoluzione (della fine) degli anni Sessanta nel modo brillante, inedito e iconico di Curtis. Tutte cose che, purtroppo, mancano nel film di Sibilia e non perchè dovesse esserne una sua riproposizione pedissequa (il contesto italiano è ben diverso); il problema è che L’incredibile storia dell’Isola delle Rosa fatica a intrattenere e affascinare alla maniera di I Love Radio Rock, non riuscendo mai a farci credere che il folle progetto dell’ingegnere Rosa sia da considerarsi davvero una grande metafora della ribellione giovanile, un posto in cui si potevano buttare allegramente in mare responsabilità, preoccupazioni, giacche e cravatte (il “costume” con cui gli adulti escono in società). Questo nonostante l’accumulo di elementi che avrebbero dovuto contribuire a tale scopo: apolidi dal passato mitologico, hippie, marinai nomadi, il fascino per il maggio francese, ragazze-madri scappate di casa, musica beat e musica rock, il “nuovo” Diabolik, gli zombie di George Romero, Cynar a profusione…

Still da “L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” (2020). Regia: Sydney Sibilia

Verso la metà del film Gabriella (Matilda De Angelis), l’amore “perduto e poi ritrovato” di Giorgio, visitando per la prima volta l’Isola delle Rose la definisce con (finto) disprezzo una discoteca, non diversa da altri lidi della riviera romagnola in cui si può assistere ad un concerto in spiaggia di Edoardo Vianello; per come viene gestito dalla sceneggiatura, il mondo artificiale di Giorgio sembra davvero una semplice discoteca e la colpa è anche di un secondo atto tutto concentrato sulla costruzione di un antagonista da odiare (un ministro, un presidente, un vescovo, un funzionario), arrivando così a relegare l’invenzione sullo sfondo. E in questo non aiuta né la caratterizzazione approssimativa dei comprimari, con in prima fila l’antipaticissimo personaggio interpretato da Lidi (il suo accanimento contro gli operai calabresi è ben oltre l’insopportabile), né quella del personaggio di Germano, di cui proprio non si riesce a vedere la genialità perchè sotterrata dall’amore incomprensibile – su schermo – per la sempre infastidita Gabriella.

Ascanio Balbo, Matilda de Angelis, Elio Germano. Still da “L’Incredibile storia dell’Isola delle Rose” (2020). Regia: Sydney Sibilia. Cr. SIMONE FLORENA/NETFLIX © 2020

È un peccato se si pensa alla maestria tragicomica con cui Sydney Sibilia ha colto lo spirito di una generazione (la sua, quella di chi sta scrivendo e forse anche la prossima) in Smetto quando voglio. L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è ancora più ambizioso e complesso della trilogia, basti vedere il massiccio impiego della CGI o la moltiplicazione dei luoghi e dei contesti internazionali. Ma rimangono molti i punti in comune: al centro c’è sempre la sofferenza di una gioventù (Rosa e i suoi coetanei) o di una post-gioventù (Pietro Zinni/Edoardo Leo e la sua banda) le cui ambizioni, capacità e speranze vengono incenerite dinanzi a strutture gerarchiche fondate sulla soffocante ombra dei padri (l’ambiente famigliare, universitario, istituzionale); quindi il ’68, epoca che più di ogni altra nel corso del Novecento ha rappresentato lo spezzarsi di quelle catene, era sicuramente l’occasione d’oro in cui tuffarsi (indipendentemente poi da come sono diventati quelli che allora erano i figli).

Probabilmente ad impedire la piena riuscita de L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è stato proprio il suo rischioso salto nel passato, oppure l’approdo “obbligato” nel cimitero creativo che è diventato Netflix, ma a Sibilia non si può negare una commovente onestà degli intenti, rimanendo ad oggi uno degli più autori più interessanti del panorama italiano.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette