• feb
    14
    2016

Album

Dark Companion

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Porta con sé qualcosa di etereo, cosmico-pulviscolare nel senso più ampio e profondo del termine, ovattato e quasi in assenza di gravità, questo atteso e auspicato ritorno discografico di Lino Capra Vaccina. Dopo la rentrée in grande stile legata alla ristampa allargata del mitico album Antico Adagio targata Die Schachtel (che include anche i Frammenti Da Antico Adagio finora inediti e sempre del ’78) e la conseguente, magnifica esibizione come headliner ideale e spirituale all’ultimo Thalassa – che ne ha ratificato il ruolo di “ispiratore” e nume tutelare della Italian Occult Psychedelia e, nello stesso tempo, cortocircuitato mondi e spazi diversi – LCV torna a far vibrare il suo universo armonico.

Lavoro, come si diceva sopra, etereo al limite dell’inconsistente, nel suo tratteggiare in punta di gong e vibrafono (più un’altra infinita serie di strumenti rigorosamente non synthetici o elettronici) un mondo sonoro evocativo e insieme astratto, impalpabile nelle a volte impercettibili vibrazioni che si propagano in saliscendi talmente fluidi da far illudere di essere in un liquido amniotico arcaico. Dopotutto, l’accento su una registrazione effettuata in maniera fieramente analogica aiuta a comprendere e a (tentare di) entrare in una dimensione altra che Capra Vaccina condivide con chiunque decida di abbandonarsi al flusso sonoro. Un rituale sonoro che si dipana in lunghe suite più o meno ipnotiche (Echi E Frequenze), accese da scale aliene, dilatate su bordoni impalpabili tra umori mantrici (Dialoghi Tra Suoni con la mandhura di Paolo Tofani), a evocare kubrikiani monoliti “bianchi” fatti di un suono che è progenitore di ogni forma, cellula basica di ogni esistenza, nell’ottica dell’autore. L’ipnosi è totale quando in Andante ancestrale le voci di Juri Camisasca si fanno traino verso un’altra dimensione o i paesaggi pastorali si liquefanno nelle volute orientaleggianti della title track. Dopotutto, l’immagine di copertina stessa si presta a queste suggestioni, apparendo cangiante nel suo sembrare ora una pupilla, ora una galassia, ora un portale magico da attraversare come uno stargate arcaico.

Un disco, si sarà capito, che è una eccelsa prova di un maestro che mai ha smesso di proseguire nella sua visione esistenziale/ricerca sonora e che sembra rinvigorito da questa seconda – no, eterna – giovinezza senza tempo o luogo che non sia il “suono-frequenza-vibrazione”.

15 Febbraio 2016
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