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Continua il buen ritiro nella propria casa, per una Lisa Germano sempre più solitaria, circondata dagli amati gatti e lontana da una mondanità che l’ha sempre tenuta a distanza. Nono disco della carriera, edito sulla piccola Badman, dopo l’uno/due su Young God che qualche anno fa la fece riscoprire tanto ai nuovi ragazzi del 2000 tanto a quelli che se l’erano persa nei ’90, con questi ultimi vergognosamente in maggioranza! L’involuzione segnata dai precedenti In The Maybe World e Magic Neighbor continua a colpire, portando la musica della Germano, mai come in questo caso, verso la quasi totale inconcludenza.

Spiace dirlo, per un’artista enormemente importante per chi scrive e per la storia del cantautorato più creativo, capace di piegare generi e convenzioni con almeno quattro capolavori assoluti, ma a paragone non solo del suo catalogo, ma anche della media delle produzioni contemporanee, siamo ben al di sotto della sufficienza. Gli arrangiamenti che, anche dopo la conversione minimalista di Liquid Pig, erano sempre stati il suo tocco di genio, sono ormai gesti veloci e sciatti su una tela tirata via senza troppa convinzione, e c’è continuamente una palese sensazione di approssimazione – come se nella sua inedia pomeridiana, in fondo in fondo, non ci credesse neanche lei.

Diamonds è l’unica che conserva qualche segno della magia passata, eppure l’armonia classica così nelle sue corde viene troppo spesso interrotta dai campionamenti del mondo animale che sono l’unico leitmotiv del lavoro. Il primo singolo, Apathy and the Devil, puzza di b-side od outtake da un miglio, per non parlare delle più strambe del lotto, Ruminants, Back To Earth, Dance Of The Bees, Strange Birds, che nel loro continuo evocare l’ambiente e il mondo naturale senza uno straccio di linea melodica degna di questo nome rappresentano il punto più basso mai raggiunto dalla Germano. Un lavoro totalmente sconclusionato che aumenta la sensazione di una vecchiaia artistica sempre meno clemente.

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