Recensioni

Chissà se il motivo che ha spinto la 4AD a pubblicare una raccolta della sirena Lisa Gerrard è la sua dipartita per un’altra etichetta, come certificava il recente The Silver Tree. Anche se fosse, qual è il senso? Mai fatto incetta di dischi d’oro l’australiana, data la musica offerta e l’ugola di cui è dotata, che tuttavia non le hanno impedito – in mezzo ai pochi album “organici” pubblicati sinora – di presenziare su colonne sonore di pellicole che hanno sbancato al botteghino (Il Gladiatore, per il quale ha portato a casa un Golden Globe, Mission Impossible 2, Ali e Black Hawk Down tra i tanti).
Non si capisce, poi, in base a quale criterio si sia potuta ragionevolmente far cernita: fin dai tempi dei Dead Can Dance (qui accennati), il suo materiale vive oltre la dimensione del momento, necessita di immersioni ripetute e continue, vicine al contesto dell’album e non all’estemporaneità del singolo brano. Tuttavia, pur con tutte le perplessità di cui sopra, se la si valuta come iniziale corteggiamento per chi della Signora nulla possiede, l’ora e un quarto qui contenuti assolvono perfettamente la loro funzione. Che è quella di descrivere in un Bignami il peculiare spettro stilistico della Gerrard, nel quale si specchiano contemporaneamente etnie disparate, gusto per l’orchestrazione sobria ma imponente nei mezzi e, soprattutto, un “cantare la voce” che – senza toccare gli eccessi di fiele della Galàs, né il miele di Enya – lascia ammirati per purezza, evocatività e mistero che sprigiona.
La valutazione, l’avrete capito, discende più dall’iniziativa in sé che dalla musica, che di suo appartiene a giorni senza tempo, ed è così splendida da catapultarci in dimensioni parallele, facendoci per un po’ scordare l’attualità. A volte serve, eccome.
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