Recensioni

6.5

Sicuramente più conosciuta nel nuovo che nel vecchio continente, nonostante i suoi album abbiano scalato le classifiche inglesi, da noi Lissie è ricordata per il suo cameo in Twin Peaks: The Return. La cantautrice statunitense, marchiata a fuoco dall’etichetta “country”, ha da poco deciso di lasciare la California dove ha trascorso gran parte dei suoi 20 anni, per tornare nell’Iowa, la sua terra natale, ed è da questo radicale cambiamento che nasce Castles. Passare dai ritmi frenetici di una cittadina soleggiata della west coast a un paese di campagna del midwest porta irrimediabilmente a fare i conti con un’istantanea dilatazione dei tempi quotidiani, mentre tornare a casa spinge necessariamente a fare bilanci con se stessi. Il quarto disco della cantautrice prende forma  quindi a partire da un percorso introspettivo nato consequenzialmente dalla vicinanza alle proprie radici. Questo trasferimento non ha influenzato la scrittura dell’album unicamente da un punto di vista contenutistico, ma anche a livello compositivo. Castles, scritto in una fattoria nel nord est dello Stato in uno studio non professionale (che si risolve in un computer portatile), nasce da un approccio semplice alle melodie, composte sulla base di semplici linee di synth e beat, e con le altre parti strumentali aggiunte in un secondo momento.

Va da sé il formato “diario personale” a livello narrativo, con lo sguardo rivolto al passato e alla propria individualità in un continuum emotivo di chiaroscuri, mentre dal punto di vista arrangiativo vengono esplorati nuovi mondi all’interno di una costruzione che si fa anche più incisivamente pop, forte di hook e melodie accattivanti, il tutto avvolto da una patina malinconica à la Lana del Ray che ben si sposa con la volontà narrativa del disco. Tra un’apertura (Word Away) e una chiusura (Meet In The Mysery) contraddistinte da un pianoforte che garantisce una forte emotività, c’è spazio per momenti più leggeri come Best days e Sand che rappresentano forse la parte più country e spensierata di questo lavoro, mentre Somewhere, con la sua struttura elettronica, rappresenta invece quella più innovativa.

Sicuramente pieno di spunti interessanti ma non abbastanza approfonditi, Castles è un disco che suona bene ma che non riesce a colpire nel segno. Nel suo eclettismo si nasconde anche un sentore di superficialità, e la volontà di Lissie di andare oltre la propria comfort zone non porta a risultati del tutto significativi. Sembra quindi che, nonostante questo viaggio dentro se stessa, Lissie non sia ancora riuscita a trovare una forma consona per la propria espressione artistica.

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