Recensioni

Britannici, facce pulite e un gusto cristallino. I Little Cub esordiscono con Still Life, un disco di indie ballabile, con una grossa componente introspettiva che riveste gli undici brani proposti con un velo dark ipnotico. Ma nell’oscurità del trio fa breccia una luce pop che equilibra il lato più delicato dei Foals e quello meno aggressivo dei Victories At Sea. Se questi ultimi hanno costruito il proprio sound seguendo i conterranei Editors, per i Little Cub è proprio la band di Philippakis a rimbalzare tra i corridoi di un labirinto sonoro che riesce nell’intento di rendere i synth protagonisti assoluti in ogni brano, salvandosi dall’infamia della noia o della ripetitività.
Ad aprire le danze pensa Too Much Love, che parte in maniera incerta e s’inquadra in una andatura ballabile e un sintetizzatore che cresce fino a ingoiare tutto il resto. My Nature abbassa l’asticella del metronomo rimanendo sempre nei paraggi del dancefloor, Breathing Space invece aggiunge soluzioni ritmiche ostinate ad una struttura semplice ma non banale. Mulberry e Death Of A Football Manager sono in pratica due facce della stessa medaglia con giri di accordi simili ma declinati prima in soluzioni dilatate e poi in cadenze frastagliate. Synth al centro quindi, chitarre defilate e cantato sommesso ma, come si sarà capito, l’altro grande protagonista di Still Life è il ritmo: basti dare un ascolto a Hypnotise e Closing Time, dove colpi inaspettati e percussioni aggiuntive innalzano di una spanna le composizioni della band.
Sì, questo disco sarà spacciato per indie, per quanto questa definizione possa ancora avere una sua valenza reale (si legga a tal proposito l’intervista a Jack Bevan dei Foals), ma, in pratica, si tratta di un album con belle canzoni, e questo come sempre conta più di qualsiasi altra cosa.
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