Recensioni

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La formula sembra azzeccata, sbilanciata con acume sulla facile presa: di base è pop emozionale Coldplay (Heavy Feet, Mt. Washington), all’occorrenza strattonato tribal weird (Breakers) e spesso orientato verso certo postmodernismo a scartamento soul Radiohead con sprazzi di lirismo panico Sigur Ros (Three Monts) o agnizioni jeffbuckleiane (You & I). Molti gli ingredienti british nella calligrafia di questa band losangelina (ma non erano di Silver Lake?) che col qui presente sophomore – sono passati quasi quattro anni dal precedente Gorilla Manor – tenta l’assalto decisivo alle chart para-alternative.

Bravi son bravi, intensi nel condurre ogni pezzo fuori dalle secche della banalità, capaci di svariare tra arrangiamenti che sanno di mischia sperimentata live (produce Aaron Dessner dei National). Tuttavia, ahiloro, paiono privi del tocco che porrebbe la loro proposta su un piano davvero inedito e irrinunciabile. Si fermano sulla soglia tra eleganza e inconsuetudine (i nipotini po-mo dei Sea And Cake di Bowery), suonano insomma come un’impasto di cosucce arcinote rimesse a nuovo, facitori di un alternativo da cameretta formattato mtv (Black Balloons) un po’ come a suo tempo i Friendly Fires. Sono ragazzi con buone attitudini e un certo talento nel metterle in pratica, destinati ad incontrare un certo successo nella terra di mezzo tra gli stanchi del mainstream e i profughi del fottuto underground (che dio l’abbia in gloria). Né più né meno.

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