Recensioni

6.7

Sembravano aver perso la magia degli esordi, e invece i Local Natives si sono ripresi creatività e credibilità. Gorilla Manor Hummingbird li avevano consacrati, giustamente, come uno dei gruppi contemporanei più interessanti. Poi c’è stata la stasi di Sunlit Youth e una piccola grande rivoluzione: voci a tre, loop analogici e il tentativo di trovare il proprio posto nel mondo caotico in cui viviamo, che sono poi le basi su cui poggia questo Violet Street.

Un bel reset quindi, e via con un nuovo album che convince sin da Cafe Amarillo, dove a dispetto di grigi concetti – come «I don’t wanna die before I learn to live» – linee di basso, ritmiche e voci sembrano essere tornate ai fasti di un tempo, pur non suonando come allora. Persino in ballate agrodolci come Tap Dancer tutto gira alla perfezione. A girar bene, in realtà, è l’album nella sua interezza, merito soprattutto della scelta di registrare alla vecchia maniera: tutti quanti a suonare insieme, nella stessa stanza. Sarebbe impossibile chiedere ai Local Natives di rimettere gli orologi indietro di un decennio. A dire il vero, sarebbe anche inutile: come quasi tutti i gruppi indie degli anni ’10, anche i californiani hanno dovuto evolversi per sopravvivere a quella fortunata ondata.

Vent’anni dopo ci ritroviamo, quindi, a tirare le somme di ciò che è stato. Con Violet Street possiamo dire che i ragazzi ce l’hanno fatta e il passo falso dello scorso album è stato un calo fisiologico. Bene così, allora.

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