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7.6

Due foto, sovrapposte e leggermente sfalsate, dello stesso quartiere di Londra, Enfield, dove Loraine ha trascorso finora buona parte della sua giovane vita, scattate a dieci anni di distanza l’una dall’altra: l’immagine di copertina di questo atteso debutto di una tra le più chiacchierate producer inglesi emergenti (vincitrice lo scorso anno del prestigioso Oram Awards dedicato ai nuovi talenti nel campo dell’innovazione musicale) nasconde, nella sua apparente semplicità, molti dei temi poi affrontati all’interno. Il concetto di memoria e la sua persistenza, la necessità di definire la propria identità e l’importanza della dimensione domestica in una metropoli (e in una nazione) che continua ancora oggi, in tempi di Brexit e hostile environment, a considerare «black history and culture […], like black settlers themselves» come un’intrusione illegittima in una nazione che la versione dominante e omologata della storia vuole in precedenza «stable» ed «ethnically undifferentiated».

Questa una delle due anime di For You and I, mentre l’altra è se possibile ancor più intima, dedicata alla (e contemporaneamente ispirata dalla) relazione queer di Loraine: «This album is more about feeling than about using certain production skills» anticipa infatti l’autrice stessa nelle note stampa che accompagnano la release, eppure For You and I è anche un disco in cui le capacità tecniche e la visione artistica della producer emergono in maniera lampante, quasi esagerata se pensiamo che ci troviamo comunque di fronte alla prima uscita ufficiale, oltretutto per una label tanto discussa e sempre più centrale, dopo un esordio autoprodotto che si muoveva, sulla scia di un Mr. Mitch, tra house, idm e ovvie atmosfere urban.

Quello che stupisce particolarmente è la capacità innata di muoversi in un continuum elettronico, quello britannico, solitamente più frequentato da producer uomini, ma soprattutto assai legato a tecnicismi e continui rimandi tra generi e stili (basti pensare alle produzioni firmate Special Request): Loraine James invece ribalta il luogo comune, muovendo da sensazioni e suggestioni personali e sentimentali per esplorare dinamiche soniche con un piglio quasi jazz (evidente, per esempio, nella frammentarietà suadente di So Scared). Così, partendo dagli avanzi di un’abbuffata drum’n’bass, esplicitamente apparecchiati in una Hand Drops quasi filologica, per arrivare alla cascata di beat granulari della conclusiva e toccante Vowel Consonant, Loraine confeziona un debutto certo non completamente estraneo alle coordinate dell’hardcore-continuum, ma insolitamente narrativo e capace di coinvolgere tanto sul piano fisico quanto su quello più cerebrale ed emotivo: lo dimostrano una Glitch Bitch che rilegge i primi Mount Kimbie tra suggestioni accademiche e genuina sensibilità di strada, e i momenti più grime, affidati alle rime e alla voce del poeta/rapper Le3 Black, come l’ispida e irregolare Dark As Fuck, mentre il featuring vocale della soul-singer Theo in Sensual pare tracciare collegamenti tra le tre sponde dell’Oceano Atlantico, unendo il lirismo più digitale della black-music americana contemporanea con i ritmi sincopati che collegano Londra e l’Africa meglio di qualsiasi compagnia aerea, per aggiungere ulteriori livelli di profondità a un disco sinceramente clamoroso.

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