Live Report

Add to Flipboard Magazine.

Tanto è stato detto sui forum musicali come culla del fandom più monomaniaco e del passatismo erudito, eppure talvolta qualcosa di buono ne esce.

Due industriali del cioccolato cremonesi, innamorati di quei secondi ’70 nei quali Reed era accompagnato in studio e dal vivo da gruppi jazz-funk e scontenti da anni dei suoi ridotti organici live, proprio sul forum italiano dell’ex VU prima scoprono di poter co-produrre le sue tournée, poi decidono di passare all’attacco e proporre a Lou Reed di mettere su ciò che sognano da sempre, ossia un tour con organico e stile della fase che amano di più.

Roba da veri fan eruditi, appunto, ma Reed sorprendentemente accetta, facendo però – com’era prevedibile, visto il noto caratterino – a modo suo (con qualche serio conseguente malumore dei committenti, poi fortunatamente risolto).

Per cui il gruppo è numeroso, come visto sia nel Berlin Tour che successivamente al Lollapalooza, composto da un misto di facce note (i due del Metal Machine Trio e i veterani Wasserman e “Thunder” Smith) e giovani talenti, che il soul funk lo suona con un’efficacia tale da coinvolgere e divertire un pubblico che ovviamente in gran parte non ricorda Senselessly Cruel o All Through The Night, né l’accorciata ma intensa The Bells dei bis. Ma in scaletta la parte del leone, invece dei secondi ’70, la fa il repertorio VU, comprese quelle ballate dal pathos sommesso (Femme Fatale, Sunday Morning e Pale Blue Eyes, tanto classiche quanto solitamente assenti dalle strane setlist reediane) che mettono in sordina la band.

Ma è solo un momento: il gruppo non ha problemi neanche con questo repertorio, vedi la partenza sfavillante con l’inaudito ripescaggio di Who Loves The Sun, il carrarmato di fiamme di Venus In Furs e la Sweet Jane che, col compendio del leggendario Intro che la abbelliva su Rock’n’Roll Animal e restauro del bridge (Heavenly wine and roses…) risulta efficace come non era probabilmente dalla reunion dei VU del ’93.

Il resto è Ecstasy che cerca di rimettere in evidenza la sua natura bossa, una Smalltown che qualche rapporto coi VU ce l’ha, una furiosa Waves Of Fear che viene dagli anni immediatamente dopo quelli commissionati e una Charley’s Girl che viene da quelli prima – e che tutta la piazza scambia inizialmente per Walk On The Wild Side, assente dalla scaletta come Perfect Day.

Ma più che queste assenze nella setlist, peraltro ampiamente compensate, la novità è che il nostro tira fuori una voce in salute come non mai, come dimostra la cover della lennoniana Mother, dove il bagno di sangue che ci si poteva aspettare dall’incontro tra il melodismo classico di Lennon e il non-cantare di Reed diventa uno dei tanti momenti intensi della serata.

Probabilmente si è trattato di un saluto: voce a parte, nel modo affaticato in cui si muove sul palco Reed sembra cominciare ad accusare i quasi 70 anni vissuti senza risparmiarsi, il che fa supporre che, se a livello creativo si va avanti (in ballo ci sono la sorprendente collaborazione coi Metallica e quelle teatrali con Bob Wilson), in futuro non ci saranno moltissime occasioni di rivederlo in tour.

Se è così, ha salutato alla grande. E stavolta ai forum dobbiamo dire grazie.

10 Agosto 2011
Leggi tutto
Precedente
DJ Quik – The Book Of David DJ Quik – The Book Of David
Successivo
La Muga Lena – Strani pupazzi umanoidi senza faccia La Muga Lena – Strani pupazzi umanoidi senza faccia

artista

Altre notizie suggerite