• lug
    01
    2000

Giant Steps

Verve Music Group

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Le antologie di solito le evitiamo. Eppure il fine che si pone questo formato quando si parla di jazz, blues, folk e in generale di una musica lontana nel tempo e registrata su supporti dispersivi come il settantotto o il quarantacinque giri, è assai nobile. Testimoniare, in primis, e poi creare ponti ideali che permettano di apprezzare il concetto di evoluzione. Discorso banale, ma che vale soprattutto per Louis Armstrong. Uno che la sua storia l’ha scritta attraversando tutto il jazz che conta. Tre CD per cinquantanove brani incisi tra il 1924 e il 1968. Quarant’anni di musica suonata da un tromba a suo modo rivoluzionaria, in un periodo in cui esserlo non significava destrutturare all’estremo come farà il free-jazz ma personalizzare nei limiti imposti dalla metrica dei tempi. Con un vibrato allusivo, un’impro inscatolata nella melodia, lo “swing”.

Tre i Louis Armstrong che emergono da The Ultimate Collection. Il primo è il giovane musicista di inizio anni Venti con alle spalle il riformatorio (dove impara a suonar la cornetta), le orchestrine da strada, un matrimonio fallito e una serie di impieghi temporanei tra Storyville (il quartiere dei bordelli di New Orleans), i battelli del Mississipi e la Creole Jazz Band di King Oliver. Lo stile ricalca a grandi linee quello dell’Oliver padre putativo, virtuoso e rotondo, in un misto di ragtime e blues (Copenhagen) disciplinato e rafforzato dal lavoro di big band tradizionali (tromba, trombone, clarinetto, sax, banjo, tuba, batteria). Un Armstrong rigoroso ma anche versatile, capace di passare senza batter ciglio dalla Fletcher Henderson Orchestra alla Erskine Tate’s Vendome Orchestra della sua seconda moglie, dai Johnny Dodds’s Black Bottom Stompers ai Jimmy Bertrand’s Washboard Wizards. In una girandola di esperienze che a fine anni Trenta lo ha già consacrato al pubblico dei grandi numeri.

Del resto siamo nel periodo di When The Saints Go Marching In e di un Louis dal suono pulito, nitido, squillante e assai meno incartato rispetto agli esordi, fuori dal purismo nero e sempre più vicino ai palcoscenici bianchi ed europei. Quelli che il Nostro calca portando in dote classici come Rockin’ Chair, West End Blues, Savoy Blues (raccolti sul secondo disco), in una inseguimento dei gusti degli ascoltatori che sarà una costante della vita artistica del trombettista americano. Lo standard, allo scoccare degli anni Quaranta, sono i tempi lenti, un cantato ruffiano e una tromba piaciona che sostiene le note, improvvisando in maniera più strutturata rispetto al passato tra blues (la Blueberry Hill che Fats Domino farà sua negli anni Cinquanta) e classici. Inesorabilmente alla ricerca di un jazz elegante e al tempo stesso estremamente popolare.

Come testimonia anche la terna Dream A Little Dream Of Me / Hello Dolly / What A Wonderful World di un terzo supporto che non si scandalizza per gli archi di It’s All In The Day, puo’ contare sui duetti con Ella Fitzgerald (Stompin’ At The Savoy) e Oscar Peterson (Sweet Lorraine), scopre il gusto dello scat. Nel momento di massima notorietà Armstrong non è più un jazzista classico ma un intrattenitore a tutto tondo, con tanto di mimica ad effetto e trucchetti da avanspettacolo da usare sul palcoscenico. Gli stessi che con la musica suonata e una carriera pluridecennale alle spalle gli garantiranno lo status di ambasciatore del jazz in giro per il mondo e un’onestà artistica tutta sua. Fino alla morte, avvenuta nel 1971.

1 novembre 2010
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