Recensioni

I Low non sono più in grado di sorprenderci. Non in termini di suono e scrittura. Ci hanno provato, certo, a variare il menù, con album più sbrigliati (The Great Destroyer, 2005) e persino dalle marezzature avant-pop (Drums and Guns, 2007). Ma niente, alla fine hanno riportato tutto a casa, lasciando sprofondare espedienti e azzardi nel magma denso e febbrile con cui fin dal debutto I Could Live In Hope (1994) abbiamo imparato a conoscerli, additandoli tra gli esponenti principali di quel sommovimento onirico, pastoso e lancinante che chiamavamo (giustamente) slowcore.
Insomma, l’undicesimo album del trio di Duluth prosegue in quella sorta di ripiegamento avviato con C’mon (2011) e proseguito con The Invisible Way (2013), una sorta di resa all’inevitabilità di essere se stessi. Che si traduce, nelle dodici tracce di questo Ones and Sixes, in uno spettacolo d’impetuosa quintessenza Low. Proprio così: ogni pezzo è una solenne conferma e assieme un inganno strisciante. Quanto più lo metti a fuoco – perché quello che vedi è ciò che ti aspetti di vedere – tanto più appare sfasato come una sovrimpressione, come una dissolvenza interrotta, come una cosa che vive tra due stati opposti e complementari.
Tra i rimbombi percussivi (ospite in un paio di pezzi Glenn Kotche dei Wilco) e la grana irruenta delle chitarre, trovano posto emulsioni elettroniche mai invadenti, anzi discrete, come una chiosa androide che raggela il tumulto sfrangiato dell’insieme. Ed è su questo che si muovono le melodie, segnate inconfondibilmente dalla calorosa geremiade di Alan e dalla trepidazione flautata di Mimi. La scaletta è quindi una filiera di déjà vu che si scontornano presto con grazia (la marcetta evanescente di Congregation, la ballatina dreamy di What Part of Me), solennità (il valzerone lento di Spanish Translation, il noise apprensivo di Gentle) e potenza (il crescendo spigoloso di No comprende, la trascinante No End), culminando verso il finale in un doppio colpo da cardiopalma: prima la vertigine melodrammatica di Lies e poi la lunga, oscura processione gospel-psych di Landslide.
Sì, i Low non sono più in grado di sorprenderci, tranne che per l’energia con cui sanno far entrare in risonanza autoreferenzialità e necessità. Nessuno, come loro.
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