Recensioni

7.1

Lowly è il nome dell’ennesimo gruppo nordeuropeo che sa il fatto suo e piega a proprio piacimento un sound diretto ma al tempo stesso sofisticato in cui elettronica, pop e un equilibrio emotivo costante tra violenza e dolcezza confluiscono sfociando in testi intimisti e fortemente ancorati al periodo storico che stiamo vivendo. Heba è il loro disco d’esordio e prende il nome da un’amica della band di origine siriana fuggita con suo marito dalla sua terra per costruire un futuro lontano dalla guerra e dalla violenza. Questo antefatto viene ripreso più volte nel corso del disco senza mai risultare banale e, soprattutto, viene calato in una dimensione personale che riguarda il quotidiano e le sue varie sfaccettature.

Bagliori di synth ci introducono a Still Life, primo episodio dell’album che denota già una certa sensibilità compositiva e che riesce nell’intento di incastrare una strofa spigolosa su un ritornello melodico. Deer Eyes scombina le carte in tavola con un jazz che si fonde ad atmosfere dance anni ’80 e sfocia in un altro inciso d’impatto. Un po’ Wildhart, un po’ Pumarosa, i Lowly uniscono elettronica e sperimentazioni ritmiche e sonore con aperture al post-punk (Prepare The Lake) che seguono fedelmente le traiettorie vocali di Nanna Schannong. Heba è un album eterogeneo e imprevedibile che unisce dilatazioni intimiste (Cait #2) a momenti più violenti (No HandsWord), rimandando sempre all’identità della band. Ottima partenza per i Lowly, la cui peculiarità principale rimane la libertà creativa.

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