Recensioni

8.0

Una cosa si può dire subito: gli autori, Luca Buonaguidi e Salvatore Setola, non hanno sbagliato praticamente nulla. E non era affatto scontato. L’idea di partenza era intrigante già sulla carta, certo. Poi però toccava metterla in pratica, spalmarla su quasi duecentocinquanta pagine e, intrigante o no, avrebbe potuto naufragare con facilità, oppure – alla meno peggio – accomodarsi dalle parti di una carineria più o meno autoindulgente. Avrebbe potuto, sì. E invece.

L’idea di partenza, dicevo: raccontare le canzoni che, in un modo o nell’altro, ci hanno salvato. Anzi, per lo precisione: che hanno salvato colui che narra (ma questo io narrante sfugge, c’è però è anche altrove, potrebbe benissimo essere qui, potremmo essere noi: quindi si torna al “ci hanno salvato”). Il volume è pensato come una specie di compilation quindi (con tracklist, ghost e bonus track), ovvero un piacevole pretesto per scrivere di questi piccoli miracoli di due, tre, dieci minuti che, tra le cose che ci piacciono, sono di quelle che più ci coinvolgono e travolgono.

Sulla carta, appunto, c’era da aspettarsi un’operazione alla Hornby, ricordate il suo 31 canzoni, vero? Libro piuttosto ombelicale quello, a dirla tutta. Dall’autore di Alta fedeltà e Un ragazzo era lecito attendersi di più. Ma torniamo a Buonaguidi e Setola (i quali, non l’ho detto, sono autore di libri di viaggio e poesia il primo e collaboratore di Ondarock – sia bendetta la concorrenza – il secondo): non solo hanno azzeccato una copertina che direi felicemente icastica – la celebre cover di On The Beach rivisitata in chiave fumettistica e disseminata di segni e simboli che faranno la gioia di ogni rockofilo – ma soprattutto hanno dimostrato di aver capito l’insidia che stava annidata nella formula, insidia che hanno saputo dribblare in souplesse.

Vale a dire, scegliendo di affrontare ogni canzone con una strategia diversa, calibrata sull’obiettivo, rendendo ogni pezzo un “luogo” a sé, pretesto per digressioni, aneddotica, diaristica, analisi, narrazione pura, poesia. Nulla è precluso. Finito un capitolo, ti viene da chiederti: nel prossimo cosa cazzo succederà? Ed è una sensazione piacevolissima. Vedi come nel capitolo dedicato a Venus In Cancer di Robbie Basho si tirino in ballo e con dovizia di particolari Glenn Gould, Blind Willie Johnson, John Fahey e Leo Kottkte, oppure vedi come la magnifica I Offered It Up To The Stars And The Night Sky dei Dirty Three divenga vero e proprio racconto di formazione on the road, mentre Baba O’Riley dei The Who si fa né più né meno parafrasi distopica (di Lifehouse). E così via, entrando e uscendo dal cono di luce che circonda le canzoni, dalla loro aura sacra e scellerata, fin dove porta il tiro sferzante o il lirismo crepuscolare, recuperando fotogrammi e sequenze da un passato che non smette di agi(ta)re in senso collettivo e individuale.

Ci salvano, le canzoni, proprio perché dimostrano di essere depositarie di un senso che siamo chiamati a costruire, un gioco che devi giocare mettendoti continuamente – appunto – in gioco. Capitolo dopo capitolo, canzone dopo canzone, i due autori-rabdomanti (col piccolo aiuto nel finale di amici non piccoli quali Diego Bertelli, Carlo Bordone e Claudio Fabretti) delineano non un percorso di avvicinamento ma un’orbita attorno a questa pratica del cercare, del definire, dell’ascolto come esperienza e comprensione di un sé che va definendosi sempre, non smette mai di farlo, anche di fronte all’accartocciarsi nostalgico delle prospettive.

Se questa è critica musicale, è scritta con succo di cuore appena spremuto. Ed è scritta bene: vale per i testi poetici che introducono i capitoli – mai banali, sempre sorretti da notevole tensione emotiva e lessicale – e per la prosa, abile a regolare il registro nei gradi che intercorrono tra il documentaristico e la narrazione pura. Volume prezioso quindi, altamente raccomandabile in questi tempi di biopic-mania, per rimettere al centro ciò che del rock è nucleo e sostanza: le canzoni, santiddio.

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