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E’ un bel pezzo che Luca Castelli si occupa della complessa e fertile liaison tra musica e web sulle pagine del Mucchio Selvaggio. Argomento dalle implicazioni spesso tortuose (tecnologiche, etiche, estetiche, poetiche, legali…) che il Nostro si premura di annaffiare d’ironia e disincanto, ferma restando l’accuratezza e l’acume delle analisi. Con questo libro, il suo “debutto su lunga distanza”, Castelli tira le somme del suo ormai decennale monitoraggio, una visione d’insieme che gli consente sintesi di più ampia portata.

Dietro al piuttosto trionfalistico titolo La musica liberata, si celano le godurie e i tormenti dell’onniutente (neologismo castelliano) alle prese con una goduriosa rivoluzione. Quella che stiamo vivendo sulla nostra pelle anzi sui nostri timpani smerigliati dalla “deliziosa abbondanza” – per dirla con Cristina Donà – apparecchiataci dall’avvento di mp3 e P2P. Un’epoca durante la quale l’appassionato rock ha dovuto per così dire riposizionarsi. E mica di poco. Come il rock stesso, del resto. Fine dell’imperialismo unidirezionale degli intermediari di musica: attraverso le sinapsi informatiche pulsano i segni di una nuova libertà, che finalmente – come sosteneva Gaber – è partecipazione, fare parte di un discorso condiviso e globale, interattivo e orizzontale, dove l’amore che prendi è (quasi) uguale a quello che dài.

Il desiderio e la sua soddisfazione non sono mai stati, dal punto di vista dell’informazione e della comunicazione (pop-rock compreso anzi in primis), tanto contigui, legati da un reciproco rapporto di causa-effetto. L’uno il carburante dell’altro. E questo, casomai non l’aveste capito, non significa certo che tutto sia comodo, facile, disponibile: non per l’artista, non per l’appassionato. Il primo perché deve imparare nuovi percorsi, aggiornare la mappa e – soprattutto – le mete. Il secondo perché le antiche fonti sono diventate un oceano, nel quale deve imparare a nuotare, selezionare la rotta, razionare forze e risorse. Per entrambi, il futuro si prospetta roseo, a patto di lanciare il cuore di là dalle macerie. Quanto alle major, vabbè…

Il bello di questo libro è che mentre di tutto ciò (e molto altro) fornisce una cronaca puntuale, che poi è uno dei tanti modi possibili di raccontare gli ultimi quindici anni della nostra esistenza, fa riaffiorare nel lettore ultratrentenne pezzi di memoria assopita. E’ un’esperienza strana perché parliamo dell’altro ieri, mica di un secolo fa. Eppure, sembra di risvegliarsi a singhiozzo da una soffice ipnosi. E allora sono brividi, quando realizzi come e quanto certe consuetudini, certe categorie del pensiero, certi automatismi dell’anima, siano usciti stravolti, liquidati, vaporizzati nel giro di un paio di lustri appena.

Castelli, bontà sua, non si limita a questo, ma abbozza possibili sviluppi ed ipotetiche soluzioni. Con leggerezza e passione. Con entusiasmo bagnato di nostalgia: perché l’epoca della scarsità – quando ti arrabattavi tra mitologici vinili, cassette carbonare e imperscrutabili cd – era sì “intensa e romantica”, ma anche quella presente – con le esperienze che s’intrecciano tra quotidiano e universale, tra intimo e globale – “non scherza”.

24 Settembre 2009
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