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All’epoca del suo annuncio e fino a qualche minuto prima dell’inizio della proiezione – in anteprima mondiale alla 75a Mostra di Venezia – c’era più di qualche odore di scetticismo nell’aria all’idea di un remake di Suspiria, intramontabile cult e classico del cinema giallo di Dario Argento, che non solo ha segnato e cristallizzato per sempre una stagione del cinema italiano, ma ha anche contribuito a forgiare la fantasia galoppante di alcuni nomi delle generazioni successive di cineasti, tra cui anche Luca Guadagnino. Lo straniamento al nome del regista palermitano coccolato per anni dagli Stati Uniti d’America è maggiore se si considera il film dal quale è reduce, ovvero quel Chiamami col tuo nome che ha convinto praticamente tutti, dalla stampa d’oltreoceano (storicamente favorevole al regista) a quella europea (da sempre con qualche riserva), consacrandolo addirittura agli Oscar (quattro candidature e una statuetta per la sceneggiatura di James Ivory).

All’apice del successo di pubblico e critica, quindi, Guadagnino decide di dedicarsi anima e corpo a un progetto rischiosissimo come la rilettura di una pellicola fissata nella memoria di qualsiasi cinefilo (e non solo), un progetto sicuramente e produttivamente più ampio e di sicuro più ambizioso. Che il regista non fosse estraneo ai cambi di tono e registro nel corso della sua carriera era un fatto noto a tutti (da Io sono l’amore a A Bigger Splash il salto è notevole), ma che sulla cresta dell’onda si tentasse un’operazione (supportata da Amazon Studios) che avesse sulla carta più probabilità di fallimento che di successo, è indicazione di un coraggio fuori dalla norma o di un’altrettanta ostentazione di sicurezza.

Al termine dei 154 minuti di durata lo possiamo finalmente dire: Suspiria riesce nell’impresa di non far rimpiangere neanche per un momento lo straordinario originale del 1977, grazie a un’impostazione che pur costituendo una sorta di omaggio a ciò che quella pellicola ha suscitato nell’immaginario collettivo, ne prende contemporaneamente le distanze per edificare prima di tutto una mitologia del macabro capace di riprendere quella argentiana rimanendo al contempo ancorata allo stile visivo ed estetico personalissimo di Guadagnino. Calato il velo, ci si rende immediatamente conto che quello del regista palermitano non è un remake, bensì un omaggio e una dichiarazione d’amore a ciò che Suspiria ha significato per l’autore; per far ciò si è dovuto ricorrere – coraggiosamente, lo ripetiamo – al tradimento e alla destrutturazione di ciò che il film di Argento rappresentava: non più quindi un giallo con detection story al centro, ma un film d’atmosfera, un canto infernale romantico e malinconico che ha il potere di svelare il lato demoniaco del genere umano, da far coincidere con tutti gli orrori da esso compiuti (il contributo sonoro di Thom Yorke è fondamentale in maniera analoga, ma di senso opposto a quanto orchestrato dai Goblin).

In questa concezione originale e personale è naturale che l’ambientazione si sia spostata da Friburgo a Berlino, teatro di alcuni degli atti più vergognosi della storia, città divisa letteralmente da un muro fisico e da un altro invisibile, fatto di ricordi strazianti e colpe inammissibili. La pioggia che insistentemente batte sulle strade grigie della città acquista il senso di un martellante memento mori e funge da cornice perfetta all’azione tout court, trincerata, isolata all’interno della scuola di danza in cui si snoda la vicenda principale. È qui che Guadagnino può dar libero sfogo alla sua visione, che utilizza il genere horror e lo deforma a proprio piacimento, prima partendo da un angolazione più psicologica e intellettuale, poi alimentando uno stato d’ansia già preesistente; infine, lo conduce verso un esplosiva mezz’ora conclusiva in cui non solo vengono tirate le fila di un discorso più ampio sul genere stesso (fatto di rituali, danze macabre e flussi di pensiero ipnotici), ma dove si raggiunge anche una sua accettazione totale.

Con questo suo terzo film in tre anni, Luca Guadagnino – ormai lanciatissimo e con una consapevolezza da far impallidire chiunque – come le sue affiatate e ammalianti protagoniste (tra cui una magnetica Tilda Swinton a cui sono stati affidati addirittura tre diversi ruoli) danza attorno al genere, lo strega, lo manipola e ce lo restituisce, se vogliamo, nella sua accezione più pura: quella di veicolo di pensieri, suggestioni, idee in grado di far ragionare e riflettere non solo sul soggetto principale della storia, ma anche sul bellissimo contorno storico e politico. In quest’ottica il tradimento di Argento muta semmai in qualcosa di completamente diverso: in un atto di fedeltà al mezzo cinematografico.

2 Settembre 2018
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