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Sedici anni dopo l’ultima fatica cinematografica, Luciano Ligabue torna dietro la macchina da presa per togliersi qualche sassolino dalla scarpa e per raccontare una storia che – stando alle sue parole – non poteva rimanere nel cassetto. Assistiamo così alla storia di Riko, operaio presso un salumificio che la sera si diverte con gli amici e che di tanto in tanto si concede qualche avventura extraconiugale; ha una bella moglie e un figlio che si appresta a iniziare l’università. Ma la crisi economica imperversa e rischia di compromettere seriamente la sua stabilità, già piuttosto precaria. Il futuro per lui non sembra così roseo come lo era in passato e anche l’avanzare dell’età non lo aiuta a guardare la vita con il dovuto distacco. Si rende conto che ciò che ha di più caro potrebbe sfuggirgli in qualsiasi momento.

Uno iato lunghissimo quello che ha visto il Liga lontano dalla settima arte, in parte dovuto alla morte del padre (scomparso durante le riprese del suo ultimo lungometraggio – Da zero a dieci), in parte a causa di una naturale consapevolezza che ha portato il cantautore di Correggio a dedicarsi a quella che è sempre stata la sua prima passione e fonte di soddisfazione principale, ovvero la musica e il contatto diretto con il proprio pubblico di riferimento. E proprio dalla musica Ligabue riparte e ritorna, da quel Made in Italy pubblicato nel 2016 e che è servito da base per questa sua terza e omonima fatica cinematografica. L’intento è chiaramente nostalgico, la voglia di ritornare a raccontare la piccola provincia italiana per tirare le somme sulle sorti di un Paese, per riflettere sull’aria di cambiamento innescata dalla rivoluzione digitale prima e dalla crisi economica successivamente. Vero è, tuttavia, che la distanza forzata dal mezzo, e in generale dalla macchina cinematografica, hanno probabilmente influito sulla sensibilità di un certo modus operandi che qui diventa macchinoso, affatto originale e dunque prevedibile. Quando Made in Italy rimane ancorato all’idea nostalgica di una piccola provincia e lo fa raccontando una storia altrettanto piccola, pur con qualche affanno, risulta ancora credibile; ma quando il respiro si vorrebbe più ampio e lo stratificarsi di contesti e situazioni richiede rigore e consapevolezza nella narrazione, tutto si sgretola davanti ai nostri occhi, risultando indigesto, se non addirittura superficiale.

Non perché Ligabue non abbia i mezzi per raccontare ciò che vuole, ma proprio perché quei mezzi non è in grado di valorizzarli al meglio: ecco così che ci troviamo davanti un comparto attoriale di livello, ma perennemente spaesato, una messa in scena mai pessima ma nemmeno incisiva, una sceneggiatura che dopo un inizio promettente utilizza tutti i cliché del genere sentimentale, tanto che quasi vien voglia di rivalutare Gabriele Muccino. Considerando che dietro la macchina da presa c’è un musicista, è assurdo che in Made in Italy sia il ritmo a mancare del tutto, vuoi per una direzione degli attori un po’ lacunosa (la scena della cena non ha mai il pigio giusto o un dialogo frizzante), vuoi per un montaggio prevedibile e banale (la partita a scopone peggio assemblata della storia), con quell’alternanza tra commedia e dramma mai amalgamata a dovere (e riempita in maniera piuttosto furbetta con le canzoni dell’omonimo album). Sul finale, poi, rinuncerebbe a crederci perfino l’ultimo dei più smaliziati (e forse anche i protagonisti), con quel patetismo a cozzare terribilmente con una morale delle più spicciole (lontana anni luce dall’immediatezza anche ignorante, eppur sincera, di Radiofreccia). Peccato.

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